BUON FINE SETTIMANA OCCUPANDOSI E NON "PRE-OCCUPANDOSI"




Buon Venerdì cari compagni di viaggio lungo le strade della vita. Vorrei parlarvi di una attività che ci riesce molto bene, e cioè "pre-occuparsi", cioè occuparsi di qualsiasi cosa prima del tempo.
A tal proposito desidero riportare una rifessione in tema:

Un discepolo ha perciò vari obiettivi da conseguire:
(…) Liberarsi da ogni preoccupazione.

Si tenga presente che questa si basa su ciò che è personale e deriva
da mancanza di distacco, e da una troppo pronta risposta alle
vibrazioni dei mondi inferiori.
(…) Coltivare il distacco.

Tutti dovrebbero dare particolare importanza al distacco.
Dato l'attuale sviluppo della mente, non è tanto la mancanza di
discernimento che costituisce un ostacolo per i discepoli moderni,
quanto la mancanza di distacco.
Distacco significa aver conseguito uno stato di coscienza in cui è
realizzato l'equilibrio e in cui non domina né il piacere né il
dolore, sostituiti dalla gioia e dalla beatitudine. Dovremmo
riflettere molto su queste parole, poiché è necessario sforzarsi al
massimo per ottenere il distacco”.

Da “Iniziazione umana e solare” di A.A.Bailey – pp. 93-102 – Editrice
Nuova Era, Roma


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Ora riporto una parte di un articolo scritto da Mauro Sabbadini sulla "preoccupazione" che ho trovato molto interessante e mi auguro che lo sia altrettanto per voi:

Penso non sia azzardato ritenere che uno dei più gravi malesseri di
cui oggi soffre l’umanità, responsabile perverso di deficienze e
malesseri, capostipite di nevrosi, di scompensi psichici, forse di
tante malattie, sia la cosiddetta “preoccupazione”.

Non v’è praticamente campo in cui la preoccupazione sia assente e
tutti ne utilizzano a piene mani. L’intercalare “Sono preoccupato
per…”, oppure “La cosa mi preoccupa”, sono comunissimi, e nessuno fa
più caso alla loro pericolosità.
Ma ciò che maggiormente potrebbe amareggiare l’attento osservatore è
un paradosso: le sole eccezioni, ovvero ciò di cui ci si preoccupa di
meno, sono proprio quelle uniche tre o quattro cose, a pensarci
veramente fondamentali per ognuno, che diamo per scontate, e della cui
importanza ci rendiamo puntualmente conto – con tanto di sorpresa e
disperazione - solo dopo averle definitivamente perdute (per esempio
la salute o, in più di un caso, l’anima stessa).

Troviamo preoccupazione in ogni dove, in noi, negli amici, nei
parenti, alla televisione, siamo soffocati da questa specie di
malapianta. Reiteratamente ci ritroviamo:

preoccupati per il generico domani,
preoccupati di non essere all’altezza,
preoccupati di non avere-possedere abbastanza,
preoccupati di non fare in tempo,
preoccupati per i figli,
preoccupati per gli altri (di come siamo noi, un pò meno),
preoccupati per il lavoro,
preoccupati per le fortune altrui,
preoccupati di non avere chiari tutti i concetti,
preoccupati per mille insignificanti e vane futilità,
potremmo continuare a lungo.
Sono questi i comuni contenuti di tante affermazioni, frequentemente
associate all’alibi della “sfortuna”, alla frase “...sai, non ho
rischiato, perché mi sono detto: e se succede come a quel mio amico
cui ....”, oppure “...e se accade come quella volta che...”, oppure
“... e se mi capitasse di nuovo... “.
Ci manca la fiducia, non ci rendiamo neanche conto che siamo
preoccupati prima ancora di decidere cosa faremo.

Preoccupazione e paura

"Pre" occuparsi significa “occupare-prima”, vale a dire, in molti
casi, avere paura anticipatamente.
La paura è un’emozione utile, serve a non commettere imprudenze, a
preservare sano il nostro corpo onde permetterci di continuare a fare
esperienza nel mondo. Serviva ai nostri antenati per scampare agli
improvvisi attacchi delle fiere, e ci serve a volte anche oggi per
scampare agli attacchi dei … nostri simili.
Ma una sana paura vale in un determinato momento, non può essere
ininterrotta, perché paralizzerebbe qualsiasi altra funzione
cerebrale; è stata pensata per scaricare adrenalina nel sistema
circolatorio e poter sottrarsi più velocemente al pericolo.
La “paura che non serve” e i suoi figli, panico, angoscia, timore,
ansia, affanno, agitazione, inquietudine, connotano ciò che chiamiamo
preoccupazione.

E’ utile a questo punto definire la differenza tra paura e
preoccupazione, in quanto, sì, connaturate, ma essenzialmente
distinguibili.

La preoccupazione è uno stato mentale, una condizione, una
disposizione, un modo di essere che diventa col tempo abitudine,
ovvero modalità usuale di comportamento.
La paura (o le paure) è ciò che qualifica questo stato mentale, è il
veleno che nutre la malapianta, è la sostanza tossica che avvelena
lentamente lo spirito dell’uomo, entrando quotidianamente
nell’organismo attraverso “l’accesso” costituito dalla preoccupazione.
L’una è il metodo e l’altra il merito.

In questa sede disquisiremo solo della preoccupazione, di questo stato
mentale, non delle varie paure e tipologie ad essa collegate (come
ansie, nevrosi, disturbi della psiche e malattie mentali) per le quali
- più che una lettera o un saggio - forse sarebbe necessaria
un’enciclopedia.

La preoccupazione ci esclude dal presente

Facendo mente locale per qualche secondo possiamo sperimentare su noi
stessi, e con facilità, cosa significa preoccuparsi. Proviamo ad
analizzare il relativo stato d’animo: significa palesemente
irrigidirsi su un pensiero fisso e persistente, ovvero bloccare spazi
e potenzialità della nostra mente altrimenti utili e sfruttabili per
vivere meglio il presente.

Come un telefono occupato non ci permette di comunicare qualcosa
d’urgente ad un altro essere umano, così una mente “pre-occupata” non
permette il contatto tra l’esterno (sensazioni) e il nostro interno
(percezioni).

In tal guisa, tagliati fuori dal presente, difficilmente possiamo
prendere serene decisioni sulla base degli elementi da esso derivanti
e da noi male interpretati.

Ma ovviamente non finisce qui, e poiché tali decisioni influenzano il
futuro, s’innesca una spirale perversa che attiva ulteriore
inadeguatezza all’ambiente, ovvero altra preoccupazione per chi non
conosce altre modalità di atteggiamento verso l’esistenza.
Come innescare una spirale “virtuosa” ed uscire dall’impasse?
Come modificare un vestito mentale stretto e inadeguato, in grado di
causare danni irreversibili se portato troppo a lungo?

Dalla nascita immerso in questo “modus operandi”, circondato da
individui che consideravano normale tale condizione, intuendo che
tutto ciò non poteva essere, né sarebbe mai potuto diventare,
“adatto”, ad una vita quantomeno serena, su queste istanze mi sono a
lungo interrogato, nel tentativo, sano quanto egoistico, di
salvaguardare almeno me stesso.


Uno spiraglio si apre

Questa riflessione nasce sulla scorta di tale esigenza. Un po’ di anni
fa cominciai a cercare qualche utile indicazione sul modo di
affrontare il problema.

Dovevo fare da solo, perché ovunque mi girassi, parrocchia - sic!-
compresa, non facevano altro che inneggiare, che incrementare il
quantitativo della nostra all’oggetto.

Decisi di rileggere, tanti anni dopo avere frequentato gli ambienti
oratoriali, con rinnovata motivazione, il Nuovo Testamento: una nuova
e più consapevole spinta, sorta da necessità contingente, ma
inevitabilmente attigua alla ricerca spirituale, mi faceva sentire il
bisogno, dopo tanto tempo, di approfondire questo messaggio, da sempre
sotto gli occhi di tutti, ancor più sotto i nostri di
“italiani/cattolici/
battezzati” e, forse proprio per questo,
sottovalutato e accantonato, se non del tutto ignorato.

Durante la lettura del vangelo secondo Matteo, un paragrafo mi colpì
molto. Per più sere lo rilessi, sicuro che tra le sue righe ci fosse
la risposta a molti miei dubbi, se non proprio il segreto della
serenità (e se – mi chiedevo - non fosse stato anche il segreto della
tanto “agognata” felicita?).

Molti lo ricorderanno, s’intitola “Non preoccuparsi” (Matteo, 6.25).
Un rischio da evitare, per noi moderni, sarebbe tradurlo in un
semplice ma potentissimo “chissenefrega”.

Ma il suo vero significato appare evidente al lettore attento. Esso è
di una profondità e di un’efficacia illuminanti. Definirlo
“rivoluzionario”, rispetto al nostro modo di pensare alla vita, è
persino riduttivo.

In esso il Cristo così ci esorta:

«Perciò vi dico per la vostra vita non affannatevi di quello che
mangerete o berrete, neanche per il vostro corpo di quello che
indosserete; non vale forse la vita più del cibo e il corpo più del
vestito?

Guardate gli uccelli del cielo, non seminano non mietono, né
raccolgono in granai, eppure il vostro padre celeste li nutre.
Non contate voi forse più di loro?

E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola
alla sua vita?

E perché vi affannate per il vestito?

Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non tessono.
Eppure vi dico che neanche Salomone in tutta la sua magnificenza
vestiva come uno di essi.

Se Dio veste cosi l’erba del campo, che oggi è e domani sarà gettata
nel fuoco, quanto più vestirà voi, gente di poca fede?

Non affannatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo?
Che cosa indosseremo?

Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste
infatti, sa che ne avete bisogno ».

(Sono sufficientemente certo che Cristo non avrebbe mai potuto
pronunciare qualcosa di traducibile con la parola “pagani”, che ha
proprio il significato di “appartenente a religione diversa dal
cristianesimo” che per altro non ancora esisteva, e che intendesse
qualcosa di simile a “non credente in Dio”).

Noi, gente di poca fede

Ben sappiamo noi, invece, di essere preoccupati, e quasi
esclusivamente, da ciò che il Cristo ci indica chiaramente come
superfluo: denaro, beni, successo, materia in genere.
Tutte cose che - come intuiamo, ma senza esserne conseguenti - non ci
porteremo dietro dopo aver varcato la fatidica soglia, tutte cose, per
l'appunto “cose”, che non aggiungeranno un’ora alla nostra vita
(casomai ne toglieranno, e quante!).

E poiché non conteranno nulla per “ciò che di eterno” noi siamo, con
contano nulla neanche oggi.

Non che le cose, gli oggetti, gli utensili di cui ci circondiamo siano
inutili o da evitare. Tutt’altro. L’umanità ne ha fatto tesoro e le ha
giustamente perseguite dai suoi albori..

Tuttavia si tratta solo strumenti, mezzi, piaceri, nei casi migliori
utilità, per operare più o meno facilmente.
Ma per ciò che noi siamo, nel profondo, poco, praticamente nulla
possono fare in positivo.

Molto possono invece in negativo:

possono essere usati in modo contrario all’interesse dell’uomo e dell’umanità,
possono diventare strumenti per esercitare potere su altri individui,
possono innescare disastrose competizioni al solo fine d’impossessarsene,
accendono infine la paura di esserne privati, che nutre la
preoccupazione di “diventare inferiori” (meno ricchi o più poveri, in
rigoroso ordine di “gravità” d’atteggiamento).

Se noi avessimo veramente un po’ di fede e ci sentissimo realmente
“figli di Dio”, ci comporteremmo così?
Se riuscissimo ad afferrare che in noi vibra un’anima immortale,
potremmo essere preoccupati?
Può un anima immortale avere paura?
La risposta dovrebbe essere no, ma il problema è che alla nostra anima
non guardiamo, dentro di noi non andiamo, il nostro essere lo
reprimiamo confondendolo con il ruolo, il successo, il potere, il
denaro e i beni che possediamo.

Avere o essere ?

Dunque, è evidente in questo brano del vangelo la connessione
all’eterno dilemma di tutti coloro che non perseguono la strada della
saggezza: avere o essere?

Il che non significa necessariamente essere coerenti nei comportamenti
– sappiamo come sia difficile anche per chi intraprende il “cammino” –
ma perlomeno conoscere la giusta risposta.

Né è lecito confondere quest’appello, come già altri erroneamente
fecero, con un invito alla supina attesa di una “Divina provvidenza”,
tale per cui una persona parrebbe autorizzata a sedersi, a non fare,
in attesa che ciò che gli è dovuto piova dal cielo.
Anche perché il seguito dell’esortazione è illuminante per chi sa
coglierne l’implicito incitamento all’azione:

«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose
vi saranno date in sovrappiù ».

Se sul quale possa essere il modo per cercare il regno di Dio e la sua
giustizia, possono esservi molteplici interpretazioni, possiamo
comunque trarne una ragionevole conseguenza rispetto alla precedente
domanda:

è necessario ESSERE PER AVERE

Saper essere autentici, cercare la conoscenza che è dentro di noi,
seguire la legge dell’altruismo e della solidarietà, agire
coerentemente in giustizia e verità, operare con fede e fiducia,
convivere pacificamente e senza affanni, seguire la strada che porta
al divino.

Potrebbero essere queste delle attività utili a fare di noi delle
persone che privilegiano la sostanza sull’apparenza?

C’è un metodo semplice per scoprirlo, un riscontro inequivocabile: se
le nostre azioni sono ispirate dai giusti principi dovremmo avere
sempre ciò che ci occorre e anche di più, senza doverci preoccupare di
nulla.

Non ci resta che provare per vedere se è vero!

L’impresa é resa ardua dall’ambiente in cui viviamo. Purtroppo siamo
accerchiati da chi propone l’esatto contrario: programmi televisivi,
letture, film, opinioni autorevoli, quiz e toto-vari, persino amici e
parenti, vogliono convincerci che l’obbiettivo è possedere, che la
felicità è nel danaro, che la coscienza è un inutile optional. Tutto
ci spinge in continuazione verso un AVERE SENZA ESSERE.
Quasi inconsapevolmente veniamo indirizzati all’apprezzamento
d’innumerevoli varianti del cosiddetto “progresso”, tra cui il
desiderio di godere senza pagare prezzi, il compiacimento per
l’iniquità che non ci tocca, il gusto per la violenza verbale - se non
fisica - fine a sé stessa, la lotta per l’esclusivo tornaconto in
barba al prossimo, a volte addirittura l’invidia verso coloro che
sfruttando e frodando calpestano dignità e libertà altrui....



Realizzazione: Maurizio Sabbadini.
Sostegno: Mario Rizzi.

lista_sadhana@yahoogroups.com





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