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"DISABILI NEL CORPO, ABILI NEL CUORE"

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Benvenuti a tutti i nuovi amici. Le nostre strade si incrociano, provengono da diverse esperienze, da diversi passati, da diversi presenti e....chissà, forse collaborando oggi, collaboreranno insieme nel futuro.
Ma di questo non ci preoccupiamo, sappiamo che tutto si gioca nell'oggi, perchè è ciò che oggi decidiamo che darà l'impronta al nostro futuro.
Discutiamo di tanti aspetti della vita, alcuni condivisi, altri meno, ma che importa....se non ci fosse un po' di pepe non saremmo reali, ed invece mi piace pensare che siamo persone e non solo nik non meglio identificati.
E' il mondo dei sentimenti, quelli più autentici. Questo blog rappresenta un sentiero, una Via che da tanto tempo percorro, il più delle volte da sola, altre con amici carissimi che il Buon Padre ha posto al mio fianco.
Gli argomenti affrontati sono molteplici, così come molteplici sono le strade che percorriamo ogni giorno. A volte sbagliamo il percorso, ma l'importante è avere …

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LA LIBERTA' DI ESSERE NESSUNO (DI STEPHEN BATCHELOR)



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È difficile incontrare persone che intuitivamente si relazio­nino con
se stessi sentendo il loro io come espressione dei cinque aggregati,
secondo la tradizione Theravāda. Quando si dice “io mangio”, “io
dormo”, “io vado” si intende rife­rirsi a qualcosa di intimo
onnicomprensivo e totale, alla ri­cerca della liberazione. Viene in
tal modo rinforzata l’idea di una elusiva entità, che sopravvive alla
morte fisica per ri­nascere – riconfigurandosi misteriosamente per la
forza del­la brama – in un altro corpo. Ricordiamo al riguardo
l’allu­sione della candela morente che accende la fiamma della nuova
candela.

La convinzione dell’esistenza dell’io è frutto di una illusione dovuta
a diverse cause: l’ambiente familiare e so­ciale, il periodo storico,
l’apprendimento, l’adattamento, tutti colmi di nozioni sbagliate,
utilizzate come mattoni di crescita. Il contemplativo solitario che
trascorre tutta la vita meditando, viene visto come praticante
esemplare del Dhamma. La prospettiva di un io solitario, che pratica
dili­gentemente il buddhismo nell’intimità della propria mente e del
proprio corpo, nella speranza di raggiungere l’Il­luminazione in modo
che possa dedicarsi ad azioni compas­sionevoli, sembra non solo
destinata a fallire, ma è anche ridicola.

Ai tempi del Buddha una simile concezione poteva considerarsi valida,
poiché la liberazione era comunemente intesa aver luogo in diversi
cicli di vita, allo scopo di sman­tellare la finzione di un intrinseco
connaturato esistente sé. Oggi il sé, soprattutto in Occidente, ha
messo radici ancora più profonde nel nostro intimo ed è più
difficoltoso ammet­tere che il sé vive solo ed esclusivamente in
dipendenza del­la interconnessione con tutti gli altri sé, ma che non
ha al­cuna consistenza che possa aspirare ad una liberazione
indi­viduale: non c’è alcuno che raggiunga alcunché. La saggez­za può
condurci solo là dove già siamo, non prima di esserci liberati della
montagna di scorie che hanno nascosto ed o­scurato la nostra vera
natura, che è la natura di Buddha, di cui possiamo acquistare
coscienza attraverso l’esercizio quotidiano, costante e continuato
della CONSAPEVOLEZZA NON NATA.

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