ALLA RISCOPERTA DELLA PAZIENZA






(di Fabio Gabrielli)

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Nell'età della tecnica, tutta frenesia e produttività, occorre riscoprire
la pazienza come seria e impegnativa alternativa esistenziale, capace di
aiuatarci a ridisegnare i ritmi e le forme del nostro stile di vita
contemporaneo.

Viviamo in un'epoca dove il valore di una persona è misurato sulla base di
grammatiche esistenziali efficientistiche e produttivistiche.

Il nostro stare al mondo, in altri termini, dipende dalla celerità, che
sovente tracima nella frenesia, nella "vampirizzazione " del tempo, con cui
attiviamo e alimentiamo i meccanismi tecnologici espressi da un Mercato
sempre più insaziabile.

In questo contesto, che accanto a soddisfazioni sovente più quantitative che
qualitative, vede attuarsi una progressiva rottamazione dell'anima e un
imbarbarimento della dimensione spirituale, occorre recuperare, a due
livelli, l'obliata virtù della pazienza.

Ad un primo livello, la pazienza va intesa come capacità di sopportare gli
inevitabili scacchi della vita, dovuti a noi o agli altri, e riconoscere, di
conseguenza, la nostra strutturale finitezza; ad un secondo livello, la
pazienza va recuperato come via privilegiata al pensiero prospettico, alla
complessità, alla capacità, in altri termini, di non fermarsi a sintesi
provvisorie o effimere, bensì ad andare in profondità, a cogliere le
infinite sfumature dell'esistenza, a scoprire e confrontare le molteplici
alternative che la vita ci offre, troppo spesso ridotte solo al
produttivismo ad oltranza, al ruolo sociale, all'immersione acritica nel
Mercato.

La pazienza si declina, così, come contemplazione, che non è affatto vuoto
moto dell'anima, astorica dimensione del pensiero, bensì sguardo vigile,
profondo su tutta la complessità dell'esistente.

Solo con lo sguardo contemplativo, oltre ai ben più urgenti ed essenziali
significati di fondo della vita, si possono assaporare le stesse produzioni
tecnologiche, senza passare in modo asettico, meccanico, frenetico a nuovi e
impersonali prodotti.

Si ricordi, tuttavia, che la contemplazione non si conquista con
immediatezza, ma è frutto di un lungo, paziente - appunto! - lavoro su se
stessi.

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