Un giovane monaco ansioso chiese una volta a Kodo Sawaki Roshi, un maestro zen giapponese del ventesimo secolo, se la pratica zen poteva renderlo fiducioso e impavido come il suo insegnante. Sawaki ribatté: «Assolutamente no! Lo zen non serve a niente!». Quel 'non serve a niente' trae la sua base dal comprendere che fondamentalmente non c'è nulla da ottenere e nulla da aggiustare. [...] Solo quando comprendiamo che 'non c'è niente da guadagnare', siamo in grado di venerare ogni cosa, ogni persona, ogni momento come fine in se stesso, non come un mezzo in funzione di un qualche scopo personale. Questa 'inutilità', questo 'non servire a niente', contrappone la vera pratica alle nostre varie 'pratiche segrete' che di nascosto cercano sempre di assimilare la meditazione a questo o a quel progetto egocentrico. Con uno zen in cui 'non c'è niente da guadagnare' usciamo dal nostro consueto ambito di domande e risposte, problemi e soluzioni, lontano dal girotondo senza fine dell'automiglioramento, per sperimentare invece la completezza della nostra vita così com'è già.
(Barry Magid)