LA REGINA SIBILLA DEL MONTE CONERO. LA TRADIZIONE DELLE ORIGINI

PARCO DEL MONTE CONERO




di Giuliana Poli - 29/10/2016


Fonte: Ereticamente 


A Sirolo
“Mi cerchi come un tamburo nella Notte, Ti cerco come un segugio che corre dietro il profumo di viole. Gli antri ruggiscono, orsa bruna che sbrana i miei dolori. Ti cerco tra le due sorelle in un’Anima che mi appartiene sfuggente. Cerchio drago, sei qui, sono qui. Dov’è il tuo sangue? Cosa hanno sepolto di Te? Tutto resta. Ti cerco come un segugio che corre dietro il profumo di viole. Ti trovo nel Loro fuoco”. (GP)  



Il Parco del Conero è una Terra ricca e affascinante. L’omonimo Monte, Portonovo, Sirolo, Numana, Porto Recanati, Loreto sono le perle dell’Adriatico, straordinari luoghi dove convivono La montagna, il bosco sacro e il mare, in un piccolo microcosmo ricco di straordinaria flora e fauna.  Arrivata a Sirolo oltre alla bellezza, visibile alla moltitudine, sono stata colpita dalla vis, dalla fluenza dell’energia che come un cuore primordiale pulsa in quei luoghi, ove la forza emanata dal magnetismo terrestre s’incontra con vibrazioni eteree. Luogo di passaggio tra la terra e il cielo, qui c’è la Grande Madre primordiale che sceglie, che è esigente e mette alla prova chi ama. Lei comunica e vuole essere riconosciuta parlandoti attraverso il Monstrum, le pietre che sono “le ossa dell’antica madre” e hanno memoria e si animano diventando una volta Madonna, altra volta animale sacro o grande saggio… poi complica la vita frapponendo molti ostacoli ed infine diventa struggente in dolcezza, amore, Illuminazione. Chi osserva con umile  attenzione i pochi ma enormi dettagli che sono rimasti in quei luoghi, sente che il Monte Conero è una antenna cosmica che attrae energia e la espande alla zona limitrofa. Dai primordi considerata area sacra, in quei luoghi aleggia qualcosa di molto antico, con arcaiche influenze culturali.

Origini
L’Italia è il Paese dei misteri. Pochi sanno che nel mondo arcaico dall’oriente si veniva a morire in Italia, considerata terra del tramonto del Nord-Est, vero paradiso terrestre. Idealizzandola come terra divina legata all’aldilà seppellirono qui i segreti. L’Italia era un luogo benedetto, il cui simbolo era la y: gli Etruschi costruivano su tutto ciò che somigliava ad una Y, ma prima di avere l’odierna forma il nostro paese, come scrive Paolo Galiano,  era molto più grande al centro, una forma  a “foglia di quercia”, come la definisce Plinio il Vecchio nella sua Historia naturalis. Questa descrizione è geologicamente attendibile, perché intorno a cinquecentomila anni fa il gigantesco Vulcano Laziale o Albano con sessanta km. di diametro iniziò la sua produzione incandescente emettendo qualcosa come milioni di chilometri cubi di materiale lavico, ai quali si aggiunsero quelli prodotti dai Vulcani Sabatino, Vicano e Vulsino a Nord e dalla catena dei Vulcani Flegrei a Sud. Conseguenza di questa apocalisse fu la modifica della configurazione dell’Italia centrale facendo probabilmente sprofondare il versante tirrenico ed innalzare quello adriatico. Quali furono le conseguenze secondo la “Storia tradizionale”? Che i superstiti scapparono via andando a colonizzare altre terre ove portarono la loro civiltà, la Grecia e l’Arcadia, la Turchia e l’Asia minore, l’Egitto, come scrive Dionigi di Alicarnasso in Storia di Roma arcaica. Una di queste migrazioni fu quella di Dardano in Grecia fino l’isola di Samotracia e infine sulla costa orientale della Turchia ove fondò Dardania e a seguire Troia. I superstiti portarono con sé i costumi e tradizioni, come il teschio a forma di toro ovvero il bucranio. Il toro è verosimilmente assimilabile alla Y. Il nome Italia infatti deriva dai Vitaliani terra dei Vitelli. Pertanto Enea che dopo la catastrofe di Troia abbandonò la sua terra dov’è che si diresse? La sua mèta fu l’Italia, qui cercò la Sua Madre/Casa, nella Terra della Sibilla Cumana. Altri pellegrini dall’oriente approdarono anche sulla costa adriatica e pian piano i Pelasgi, i Shardana, gli Arcadi, i troiani dalla Samotracia, i cosiddetti “popoli del mare” riportarono in Italia, l’antico Imperium, le Tradizioni preesistenti, antecedenti all’apocalisse di fuoco  prima della migrazione. I Pelasgi chiamati “Cigni” furono i progenitori dei troiani detentori dei segreti del “fuoco”, della dama dei cigni, Nemesi o Leda a secondo del mito. Essi insegnarono l’arte della metallurgia e delle costruzioni (il ricordo più importante è rimasto a Fabriano), della lingua e della cultura, molti resti ciclopici dei Pelasgi si trovano ancora in Grecia e in Italia ed assomigliano a rovine Inca). Navigando lungo l’Adriatico dov’è che approdarono? In Puglia e nelle Marche presso i due più grandi promontori. Le Tradizioni riportate in Italia, per le civiltà come i Piceni e gli Etruschi due popoli estremamente vicini ed affini, costituirono il ritorno delle arcaiche tradizioni con tutti i segreti e la Sapienza primordiale, che il genus loci accolse e fece rivivere: i segreti del fuoco, del toro, dell’orsa e i suoi gemelli, del drago. 


I segreti del fuoco: San Michele Arcangelo, origine mitica del Monte Conero.
I due più grandi promontori dell’Adriatico sono il Gargano dove sorge il grande complesso di San Michele Arcangelo ed il Monte Conero, dove a Sirolo, all’angolo della chiesa del SS.mo Rosario in prossimità dell’Arco sono incastonate delle pietre di riporto: un fregio che sembra una catena a forma di arco, con attaccato un giglio, un’altra pietra con una interessante croce simbolo del centro perfetto e della costellazione del Cigno (i cigni erano i Pelasgi), ed un eccezionale fregio, che rappresenta un antichissimo Angelo con una spada con la scritta che significa: l’Angelo Michele è qui. La Sua figura ha dato poi il nome ad una delle due spiagge di Sirolo. L’Arcangelo Michele è sempre stato considerato dalla Tradizione popolare l’Angelo gigante e anche dalla chiesa, il Principe più alto di tutti gli Arcangeli. Dove è presente Michele è da sempre luogo di Sovranità spirituale e tutta l’area di Ancona, Portonovo, Sirolo, Numana, Loreto, lo stesso Monte, era un complesso sacro, da visitare poche volte l’anno attraverso pellegrinaggi, per rendere omaggio, come vedremo, alla matrice divina incarnata nella figura della Regina, da dove tutto ebbe inizio. Per l’uomo arcaico un fatto “era reale” solo se proveniva da un antenato, da un eroe, dal rex oppure da un fenomeno sovrannaturale. Pertanto attraverso il ritorno dei popoli del mare, l’Italia e in questo studio le Marche,  si riappropriò  delle sue arcaiche tradizioni, dei più alti gradi dell’aristocrazia e Sapienziali segreti perduti dopo il cataclisma.  Giordano Bruno negli scritti gli Eroici Furori afferma che il Rex è chi incarna un pensiero superiore, il doppio potere come il Giano Bifronte che ha da una  parte la manifestazione del divino e dall’altra la saggezza del capo che deve saper scrutare nell’invisibile, nella veggenza che anticipa il futuro e nella Giustizia. Il Giano Bifronte vede il passato che va verso il futuro ma anche il futuro verso il passato, quel che in effetti rientra nella “visione della Regina Sibilla”. 


L’aspetto di dignità regale lo ritroviamo nei nomi  “Sir” iniziali di Sirolo, che è il titolo onorifico della sovranità, come anche il nome “Sir” di sirena o “Sir” di Sirio che significano la “splendente”. Se prendiamo poi il nome Numana deriva dal Nume e da Nemesi (colei che deposita il grande uovo cosmico) e anche Loreto terra di allori nel mondo arcaico era la pianta sacra per eccellenza, che cingeva il capo degli eroi ed eletti. L’oro è il simbolo di Sovranità per eccellenza, legato al segreto del fuoco, delle arti della lavorazione dei metalli e della materia prima. Il mito degli Argonauti che conquistano il vello d’oro, significa il viaggio per apprendere come lavorare i metalli. Il battitore dell’oro, era una figura prestigiosa e sacra e tutti i geni dei metalli si dicevano fossero nati dal sangue di Ur. Ma cosa c’è nel sangue? C’è il ferro ma anche l’oro. Il ferro è il metallo più vicino al mondo celeste e il primo ferro usato fu quello meteorico. Il meteorite chiamata la “pietra del fulmine” simbolo della Grande Madre, è stato da sempre investito di un’aurea sacra e magica. Quando scendono i meteoriti entrando nell’atmosfera rallentano per l’attrito d’aria, assottigliando la massa nella parte anteriore, che prende la forma di un “cono”. Il Monte Conero è una grande massa di pietra scura ormai con la punta arrotondata, molto ricca di ferro simile al Ben Ben ed è probabile fosse  identificata con l’Omphalos o Baetylo dell’originario tempio di Delphy, chiamato l’ombelico del mondo. Del resto il culto delle pietre nere di ferro è primigenio di molte religioni arcaiche, ricordiamo a proposito la pietra della dèa anatolica Cibele, rappresentata nel tempio di Pessinunte da una pietra nera che si diceva fosse caduta dal cielo e ricordiamo anche che essa era una dei sette oggetti sacri che legittimarono l’Imperium di Roma,  quindi oggetti sacri di culto della primigenia tradizione italica come già affermato. Il meteorite era la rappresentazione materiale della manifestazione divina della stella di provenienza, pertanto risulta spontaneo il collegamento tra il mito del grande Uccello di fuoco con la sua scia di fuoco (l’Arcangelo) e il Ben Ben (pietra di ferro), considerato come il seme o germe del mondo, ossia quel che rimaneva di quella scia stellare. La mitica pietra di ferro era quindi legata alla fertilità e fecondazione, poiché L’impatto di questo fuoco creò la montagna sacra con all’interno la caverna, generando l’acqua e l’oro”. L’Angelo con le grandi ali è Il fuoco, la sostanza dal quale ogni cosa trae la sua energia, generando la vita ma anche lo spirito divino. E’ l’elemento messaggero e si rispecchia nell’acqua composta da raggi cosmici. Il fuoco anima tutti gli elementi, è la memoria ignea a cui siamo tutti legati ed è l’agente di relazione naturale tra il microcosmo e il macrocosmo. Il fuoco è un elemento dinamico che genera trasformazioni, tende a purificare tutte le cose, elevandole ad un livello di perfezione maggiore. L’energia che ne scaturisce è il principio stesso della vita, per questo motivo la morte è simbolicamente percepita come l’estinzione del fuoco, da qui i riti della sua conservazione. Ar (da cui deriva Arcangelo), significa fuoco e la scia che lascia dietro di Sé è simboleggiata dalla spada. L’Arcangelo Michele è la stella iniziale del mondo ed è noto che la stella quando sta per morire produce il ferro, ovvero durante la sua morte piovono meteoriti che sono la Vita per noi e crea i due grandi elementi Fuoco ed acqua, i due gemelli sacri delle più arcaiche tradizioni. Chi è quindi L’Arcangelo Michele? E’ la Giustizia, la Donna vestita di Sole che tutto regge in equilibrio, è il fuoco che distrugge ma allo stesso tempo crea. E’ Mithra parola che deriva da mè, metro misura e da Mithra deriva Michele. Ma chi era nella Tradizione più profonda la Giustizia? La dèa primordiale per eccellenza Ekate la dea trina (y) con le fiaccole in mano e la bilancia. Come Michele era chiamata la Messaggera, colei che con il suo fuoco distruggeva e faceva rinascere in oro: “Nella scala iniziatica è legata al numero sei  ed  simboleggiata dalla y la dèa del crocevia che ha due torce in mano ed è trina e rappresenta lo specchio che divide  l’Essere dall’idea del non-essere. Se l’Essere è fuoco e oro, il non essere è acqua e argento. Se l’Essere è divino, il non essere è negazione del divino ma ha in sé tutte le sostanze del divino, che deve riscoprire attraverso la coscienza. Affinché si possa  tornare all’Essere, è indispensabile che il suono della sua esistenza individuale venga preventivamente “pesato” con l’Armonia di tutto il Creato. (…) Ekate è proprio questo: Stabilisce se quel “seme di coscienza” in potenza sia necessario o meno. Nella “terra di mezzo” (sei rispetto al dodici che  il completamento della Grande Opera), nasce il tempo. Ekate come Michele è il centro della Grande Bilancia, è la dominatrice dello spazio temporale, l’opposizione in un equilibrio indefinito e la perfezione in potenza. Il sei secondo Pitagora è il numero dell’ordine, dell’armonia, dell’equilibrio e della giustizia. Il sei insieme al sette è il cerchio perfetto, il fiore della vita e rappresenta la circolarità  del “solve et coagula”. Ekate giudica e punisce. E’ il nucleo del sole la parte oscura che crea la luce donando la possibilità di rinascere. La Sibilla che incarna Ekate è lo scontro che porta alla Luce, simbolicamente rappresentata dalla spada e dalla torcia.” (tratto da Le Figlie del Sole) 

MAPPA CON IN EVIDENZA LA COSTELLAZIONE DEL TORO

Culto del toro sopra il Monte Conero (Y)
Nel mitreo etrusco di Sutri al sesto grado è dipinto sul soffitto un grande San Michele appena prima della grande botola dove sgorgava il sangue del toro ucciso fuori e in corrispondenza del settimo grado. In fondo c’era l’immagine di Mithra che uccideva il toro dal quale nasceva la spiga di grano e nel mantello era scolpita una spiga di grano. Il sangue del toro simbolicamente rappresenta come spiegato, la decomposizione del meteorite che feconda e crea l’acqua ed ha questo simbolo Y. Non è un caso che nella Costellazione del Toro, le Iadi, sono chiamate le piovose e la parola stessa Piceni, deriva da PI KENI, luogo con abbondante acqua e il Monte Conero ne era ricchissimo. Il culto

del toro lo ritroviamo nell’Etimologia del paese attaccato a Sirolo che si chiama Taunus, ma quel che è importante sono le iscrizioni rupestri sopra il Conero dove c’era un’area di culto di cui rimangono dei sedili disposti a semicerchio, una roccia costellata da incisioni e segni rupestri, canalette, coppelle, buche perfettamente circolari, rettangolari che hanno una sicura provenienza umana e manifestamente simbolica. Quel che è evidente, è la testa di un pesce, forse un’ariete o un’ascia, una vulva, una croce come se fosse la costellazione del cigno, un ammasso di coppelle similari alle Pleiadi e la costellazione del toro, y. Nel mese di Maggio c’è la levata eliaca del toro che con il suo sangue feconda e fa rigenerare il terreno. Su questa pietre molto probabilmente avvenivano sacrifici grazie al quale si fecondava la terra sottostante al Conero. Tutte quelle venature scolpite nella roccia potrebbero essere la riproduzione come in una cartina geografica di fiumi e sorgenti delle valli limitrofe, le cui acque erano idealmente bagnate e rese fertili dal sangue dell’animale sacrificato che scorreva nei canali e che era raccolto dalle coppelle, come fossero pozzi. La vulva scavata nella roccia come le coppelle, sono il simbolo dell’omphalos, della caverna sacra creata all’interno della montagna cosmica dove nascerà la stella oro, ovvero la vita. Il Monte Conero nella realtà è pieno di grotte ed ha un grande antro ora occupato per scopi di difesa militare. La montagna il cui simbolo è il triangolo con la punta verso l’alto e al suo interno la caverna che ha la forma del bucranio con il triangolo con la punta rivolta verso il basso, formano la stella a cinque punte, simbolo del potere regale della Grande Madre Orsa. Nella odierna Tradizione orale a Sirolo è molto sentito il sacrificio del Figlio. Il detto popolare dice: “Chi va a Loreto e non va a Sirolo, vede la Madre e non vede il Figliolo“. Il figliolo era un bambino fatto di cera (oggi rubato), dal volto meraviglioso fasciato come un neonato di tanti anni fa e avvolto di perle che come afferma la signora Giuliana Gasparri fu trovato: “Tra le macerie di Vettamarina, dove c’era un convento, quando decisero di ristrutturarlo, mandarono via anche i frati perché poi costruirono una villa, i muratori trovarono questo bambino che poi divenne il beniamino degli abitanti di  Sirolo, in quanto considerato un evento miracoloso”. Racconta con commozione la Signora Arra Basso, Aretta per gli amici: “Le donne il Venerdì santo lo portavano in processione insieme alla croce del Santissimo Rosario, poi si prendeva la statua di Gesù morto che tutti possono vedere esposto in chiesa e veniva sollevato solo da sei donne, mentre tutte le altre rimanevano ai lati con i ceri accesi. Gesù  lo si deponeva in un lenzuolo sul cataletto e ognuno poteva toccarlo salendo sopra un gradino. Anticamente c’era una vecchietta piccolissima e magra, forse con la forza della fede, non so come faceva, lo portava lei sola il figlio, non voleva nessuna”.  Da queste brevi testimonianze apprendiamo: l’importanza del numero sei che è morte e rinascita, il rapporto con il Cristo che è esclusivo delle donne e il fatto che ancora oggi dove i valori e la tradizione si è persa, il giorno del Venerdì Santo è estremamente sentito e rispettato da tutti, anche dai giovani”. Chissà se queste tradizioni non rievochino il sacrificio del re sacro che veniva ucciso per fecondare con il suo sangue prezioso e regale la terra, culto poi perpetrato attraverso il sacrificio del toro?

Culto dell’orsa
Nei più antichi culti femminili, nell’omphalos, risiede la Sibilla e nell’ombelico di tutti è presente lo Spirito Divino che trae origine dalla Madre nei suoi tre aspetti solari e stellari. Il fuoco è quindi il crogiuolo delle operazioni alchemiche, è il ventre della Madre, luogo di cottura dove il fuoco vive nell’acqua e Lei lo gestisce. Questo contrasto sono i due volti di Giano divenuti nel cristianesimo i due volti di Giovanni: “Giovanni è l’acqua e Gesù è il fuoco: “Giovanni dice io vi battezzo con l’acqua ma quello che viene dopo di me Egli vi battezzerà con il fuoco” (Luca 2:16). Anche dentro il culto di Mithra c’era il battesimo del fuoco, culto dei Misteri di Eleusi e di Mater Matuta le uniche feste segrete e solo femminili di cui abbiamo memoria. Da Ar deriva Arcangelo, ma da Ar deriva anche Artos, Arth, Artù, Artemide, la cui madre è la Grande Orsa. Essendo nascosta nelle oscurità della grotte in alchimia è il primo stato della materia primordiale, nella cui “fornace” ha il tutto ancora allo stato verginale. Nella mitologia l’Orsa accompagna Artemide nei riti crudeli. E’ l’aspetto pericoloso solare dell’inconscio, infatti per antichi popoli siberiani, l’orso sente tutto, si ricorda di tutto, e non dimentica niente, ma è anche l’aspetto buono della protezione femminile. Infatti  In molte tradizioni in Dicembre scende dalla montagna lasciando tanti doni e poi ritorna in cima. Nel passato molti contadini portavano addosso un ciuffo di orso poiché aveva funzioni terapeutiche, in molti racconti era anche scherzoso e giocava con i bambini. Dalla grande orsa nasce Artemide, ma poi dopo nove giorni e nove notti di grandi sofferenze nasce anche Apollo. Artemide rappresenta il primo Sole, è il fuoco che nasce dall’oscurità quindi è bagnato, in alchimia è l’acqua che asciuga, Apollo è il fuoco che va verso la notte quindi è caldo e in alchimia è il fuoco che bagna. Le due gemelle poiché Apollo è femmineo nel suo aspetto originario (balla e danza con movenze femminee con la lira), sono l’opposizione all’interno dell’universo il cui simbolo è (y) il crocicchio di Ekate che è la trinità nel suo complesso, come spiegato. Sono il corso ascendente e discendente del Sole  mattutino (danza delle piume) e il Sole che danza verso l’involuzione della notte (danza della guerra): sono i due Solstizi. L’elemento fuoco che ha dentro l’acqua è legata al Solstizio d’Inverno che apre la porta degli dei è l’acqua/ fuoco creata all’interno delle caverne delle montagne cosmiche che come una grande coppa hanno accolto l’ acqua lavica, incandescente e feconda (simbolicamente rappresentata dal sangue del toro raccolto nelle coppelle durante i sacrifici sopra il Monte Conero). Apollo è il Solstizio d’Estate, il giorno in cui si manifesta l’ordine perfetto e di massimo equilibrio cosmico, ma apre la Porta degli uomini, come nell’eterno ritorno del Tutto. Artemide è il Sole liquido incontaminato che nasce dalla notte dell’Inverno  molto potente e puro che non vuole contaminazioni, infatti  ha il fuso d’oro e tesse perché feconda ma vuole stare sola ed è molto ritrosa. E’ la dèa pura che non vuole contaminazioni, che feconda da sola. Ama le sue sorelle (si pensi al culto di Mater Matuta) ma le caccia via se si sono accoppiate con uomini, ma poi proprio come l’orsa,  le cura e allevia i dolori del parto per poi insegnare ai bambini.  Artemide viene chiamata anche Orthia la dea Northia deriva da lei. La statua di Artemide ad Efeso oltre alle api ed altri simboli ha il corpo pieno di testicoli di toro a rappresentare che è Lei stessa la semenza è la generata della madre senza fecondazione maschile, secondo la Tradizione primigenia del primo matriarcato dove la Grande madre partoriva da sola per partenogenesi sempre due gemelle, ecco perché nella Tradizione successiva i parti gemellari furono considerati sempre sacri e con il passaggio dai culti matrilineari ai culti patrilineari, i gemelli sacri e futuri re erano senza Madre, verranno tutti trovati in una cesta lungo i corsi d’acqua, allattati da animali e poi adottati da principesse e re.

Nella zona sacra del  Monte Conero tutto è gemellare, si pensi anche alla zona chiamata Le Due Sorelle o la zona molto vicina alla Santa Casa che si chiama Montorso. Il mito dell’Orsa deriva da quelle tradizioni primordiali che riportarono in Italia i “Popoli del mare”, la stessa Roma fonda le sue nuove origini sulla lupa (secondo me è un’orsa) che allatta due gemelli Romolo e Remo, per gli Etruschi le figlie della Lupa (l’orsa ovvero la Dea Northia) saranno due gemelle Menerva e Turan. L’orsa la ritroviamo anche sulle Ande dove sopravvive il mito della fecondazione soprannaturale della folgore, in cui si racconta che i luoghi dell’origine nascono nelle montagne con le caverne d’acqua, dove venivano sepolti i re e regine. Si narra che nel grembo di Tiquiqaqua, nell’oscurità primordiale nacquero il Sole, la Luna, le Stelle e i progenitori  delle etnie che popolarono le Ande. Tutto questo avvenne dopo la scomparsa dei giganti primordiali. Simbolo della folgore è il felino, la tigre, il puma il gatto (animali della Grande Madre). I gemelli considerati sacri erano i sacerdoti del dio fulmine, dal quale è scaturito il sangue, l’acqua e il pane. Più la montagna è alta più lo spirito è superiore e il sacerdote che incarna questo spirito ha il tripode più alto. Dentro la grotta si onora la Pachamama (Grande Madre) e si sale attraverso la processione degli “ukuku”:  uomini vestiti da orsi che  raggiungono gli alti ghiacciai. Durante la salita rivaleggiano per essere primi alla vetta e colui che toccherà per primo il ghiacciaio è protetto dagli dei che gli concederanno forza e agilità. Poi scendono e portano a valle una pesante croce che sta a rappresentare l’ancestrale distribuzione dell’acqua e una volta che arrivano al santuario che è a valle, cominciano a flagellarsi per fare effondere il sangue copioso, poi ritornano al ghiacciaio e prima dell’alba staccano pezzi di ghiacciaio (l’acqua ancestrale incandescente che arriva dal buio nel mito di Artemide) e ritornano al santuario prima che il Sole lo illumini e questa acqua è sacra e miracolosa.  Il rito andino sembra calzare bene con le antiche ritualità del Monte Conero e questo dimostra che la Tradizione dell’origine è Una, tutto il resto è solo dogmatismo creato dagli uomini che risente del sommarsi delle diverse stratificazioni storiche e religiose. Nella tradizione l’orso che rappresenta la casta guerriera ha valenze femminee: La grande orsa era dimora degli immortali della tradizione primordiale ed era un cinghiale nero. La sua  costellazione (chiamata ancor prima il cinghiale nero) è la spada di fuoco o albero/asse della vita ed è perpendicolare, attorno al quale si effettuano le rivoluzioni del mondo e si unisce la terra al cielo con riferimento della Stella Polare. Da questo asse dipendono i due Solstizi. Essa è il centro della ruota generativa fecondante e la Stella Polare del Grande Carro è la dimora del più alto grado della Sovranità, poiché da Lei tutto nasce e con il suo aratro permette al tutto di girare attraverso i suoi sette buoi.


Madonna Nera di Loreto: il drago
Il culto dell’acqua e fuoco li ritroviamo nella Basilica della Madonna Nera di Loreto, il luogo dove queste due forze sono state racchiuse dalla grande struttura e simboleggiate dal drago che è sia acqua che fuoco, simbolo che è ovunque.
Sulla piazza antistante la Basilica c’è una fontana che raffigura un grande drago, nella piazza dentro il complesso spirituale c’è un’altra fontana con altri 4 draghi, con un busto di uomo che con una lancia non lo uccide, ma lo tiene a bada. Sulla porta d’ingresso e sotto la statua della Madonna Nera, lo scudo con la doppia chiave incrociata contiene il drago. Sempre sulla facciata, lo scudo laterale oltre ad una coppia di cerchi concentrici è scolpita un’altra coppia di draghi vicino ad un albero della vita con due rami che si intrecciano creando due cerchi concentrici come nel primo giorno della genesi rappresentata dal fiore della vita. All’interno della Basilica non può passare inosservato San Michele Arcangelo di cui abbiamo già scritto nella prima parte che non uccide ma controlla il drago, rappresentando l’agente magico della giusta distanza che separa l’alto dal basso. In un’altra sala in un affresco tra muse e profetesse, la Maria Maddalena ha in mano il Libro della Conoscenza che non vuole condividere con Pietro, il quale si pone in maniera insistente, anzi quasi scappa da Lui e con sguardo severo non gli permette di scrutare, a sottolineare che la Sapienza appartiene solo a Lei. Una volta entrati nella Basilica, i fedeli attenti potranno entrare in contatto con la Madre, attraversando le due porte. Nella Sala dove ci sono gli affreschi del Pomarancio, l’animo è spinto verso il basso quasi a lasciare le proprie negatività e pesi. Qui è il luogo in cui la severità della Madre orsa, il giudizio di Ekate che aggredisce le anime per spingerle a trovare la coscienza dentro di sé è percettibile ed indispensabile, non a caso fuori dall’ingresso è scritto: TERRIBILIS EST LOCVS ISTE. Usciti da questa Sala si và verso la Santa Casa dove ad accoglierti ci sono le Sibille con al centro la statua di Davide, dove a destra e sinistra ci sono due diverse rappresentazioni di natività (ancora l’elemento gemellare). Entrati dentro la casa l’animo diventa Angelo e dietro l’altare  che rappresenta la porta degli dei, si è spinti verso l’alto, la Madre ti accoglie con una dolcezza infinita. Ai piedi della statua della Madre, ritroviamo ancora il drago, in questo caso solo con le sue ali, ed è qui che i due elementi acqua e fuoco raggiungono l’equilibrio e spiritualmente parlando nasce la colomba, raffigurata sopra la testa della Madonna, il settimo grado della scala iniziatica.

Le due gemelle W+M
Il drago come il serpente piumato è colui che stritolando o mollando le prese può dare morte o regolare la vita a secondo dell’evoluzione dello spirito. In verità il Monte Conero visto dall’alto e di fianco dalla parte di Porto Recanati ha la forma di un dragone la cui testa è il monte e il corpo è rappresentato da tutti i paesini  disposti uno dietro l’alto come una spina dorsale. Nel drago è insito il simbolismo dell’eterno ritorno rappresentato dall’ouroborus, che si addenta la coda cercando d’inghiottirsi, in un chiaro segno di partenogenesi e autofecondazione, capace di trarre in se stesso tutto ciò che gli serve. Secondo gli Aztechi la vita è legata al sangue umano e l’acqua è vista come semenza divina. Anche i druidi quando usavano l’acqua sacra per allontanare dai malefici, la ottenevano spegnendo nell’acqua un tizzone tratto dall’altare dei sacrifici. Presso la Santa casa di Loreto, lungo la spiaggia di Sirolo dedicata all’Arcangelo, sul Monastero di San Pietro e alcune grotte dislocate sul Monte Conero le due forze contrastanti sono continuamente a confronto scontro, sono il motore dell’individualizzazione. Non è un caso che i simboli binari non separati ma sempre intrecciati sono all’origine di ogni pensiero ed evoluzione, simboleggiata dalla nascita del fior di loto: l’Amore. Il fiore, uscito dall’oscurità delle acque si espande in piena luce e simboleggia l’apertura spirituale dell’indistinto e il non essere diventa Essere. Noi umani nella realtà siamo il sogno del drago che tutto crea e distrugge ci dà la vita e ce la riprende e in fondo non facciamo altro che assecondare il sogno che ha creato per noi. Viviamo inconsapevoli nel vortice di queste forze ed è necessario uscirne per capire. La forza come potenza che ruota rapidamente è il cuore pulsante dell’universo e dell’atomo primigenio, il Sole e la sua forza circolare è il moto mai interrotto, ma la cosa più stupefacente è che il moto si fonde con il principio di ragione assoluta, il Logos Anima pensante dell’Universo. Noi siamo umani, l’ultimo scalino della perfezione sensibile e per uscire dobbiamo risalire le scale e fare in modo che la forza, più il pensiero sensibile siano in equilibrio e portino alla realizzazione. Quel che è importante fare è accettare la madre dentro di noi, riconoscere la sua scia luminosa e capirla cercando di anticipare il Suo pensiero e le sue leggi di cambiamento. Nasciamo da un utero e ritorniamo al grande utero cosmico e nel momento in cui nasciamo moriamo e nel momento della morte in verità rinasciamo. Per poter vivere liberi in un fluido vitale abbracciando il futuro che ci viene incontro, dobbiamo uscire dalla memoria e questo avvenire attraverso la consapevolezza. L’universo è un Ente, l’uomo ha la mente. La lettera M in più rispetto all’Ente è la Madre, figlia dell’Ente universale, l’unica che ha la forza e il pensiero per concepire, assorbendone le virtù. Lei è l’unica che ci può permette di ritornare all’Ente e per arrivare alla fine dei gradini, l’importante è non opporsi a Lei ma capirla.



La Principessa del Monte Conero
Nella zona del Monte Conero, di Sirolo e di Numana essendo una zona sacra legata alla Sovranità sono stati scoperti ritrovamenti di circa duemila tombe ma soprattutto una sepoltura femminile nella necropoli detta dei Pini a Sirolo. La tomba regale esposta presso il Museo di Numana risalente alla fine del VI secolo a.C si compone di tre fosse circolari (il cerchio sacro), una contenete il corpo della principessa, le altre due il corredo funerario, che consiste in oltre duemila oggetti.  Quello che colpisce ed è esclusiva dei Piceni ed Etruschi è la sepoltura di un calesse ed una biga. Tra gli oggetti ritrovati di straordinaria importanza, spiccano la  Phiale, un oggetto sacro per officiare il culto e bruciare le erbe sacre,  il tripode, oggetto dei regali sacerdoti che fanno pensare ad una Regina Sibilla legata ad Artemide ed Ekate. La forza di questa teoria è anche il cratere attico ritrovato tra gli oggetti, dedicato ad Artemide, con la partenza della dèa sul carro insieme a Kelix e Leto verso Delphy. Considerando anche il ritrovamento di pasta vitrea ed ambra molto rara, gli ornamenti ricchissimi di collane con tanti giri quasi da creare una veste e diversità di bracciali, tutto fa pensare che siamo in presenza di una principessa e sacerdotessa di Artemide (pensiamo al carro della Costellazione dell’Orsa), scura con vesti scure (la Sibilla è nera come sintesi degli elementi), come nella cultualità pelasgica-attica dei popoli del mare, o anche di Ekate, la dea molto più antica di Artemide, similari poiché fanno morire e rinascere nei più antichi culti di iniziazione. Legate al numero sei rappresentano la Giustizia come la Sibilla Appenninica, gigante Etrusca e ancor prima Atlantidea. (Vedere volumi L’Antro della Sibilla e le sue sette Sorelle e le Figlie del Sole). Apprendo dall’amico Stefano Longhi appassionato studioso del luogo che una delle dieci Sibille che ritroviamo raffigurate nel pavimento del duomo di Siena è chiamata la Sibilla Cumea o Cumera di cui non si conosce l’origine. Sua l’associazione di questa Sibilla al Monte Conero, infatti mutando la “n” con la “m”, cosa avvenuta spesso nei nomi, diventa Comero e quindi la Sibilla Cumera potrebbe essere una sibilla-sacerdotessa residente proprio alle pendici del Conero, cioè Sirolo-Numana. La cosa che mi sorprende è perché mai la sua tomba non fosse stata scavata in alto sul Monte dentro l’antro, magari dentro qualche giacimento d’oro come nella tradizione delle regine figlie del sole. Un altro aspetto molto interessante è la sepoltura in un altro tumulo vicino a quello del carro, di due asini che trainavano il carro e il calesse della sacerdotessa. L’asino è l’animale legato alle principesse vergini autogenerate come nel primo matriarcato. La figura dell’asino la ritroviamo anche presso il monastero di San Pietro in un capitello della interessante cripta mentre sta per essere sbranato da due teste di draghi. E’ emblematico che l’asino è simbolo della materia grezza che deve subire un graduale processo di trasformazione affinchè si possa portare ad un livello di  coscienza Superiore. L’asino è la sapienza celata, il seme che giace nascosto che come il nostro Fuoco interiore vuole essere riportato in superficie. E’ la pietra filosofale,  il segreto del fuoco che da materia grezza si trasmuta  e si trasforma in oro.
La Principessa Sibilla Picena come la Sua Sorella Sibilla Appenninica, carezzavano con una dolcezza infinita i buoni  e uccidevano come una mantide religiosa, senza pietà, gli uomini indegni dell’Armonia del cosmo. L’uccisione dei malvagi non era fisica, Ella rapiva la mente degli uomini scellerati (chi non sa capire e gestire le forze è addormentato e confuso), faceva perdere loro la memoria e la cognizione del tempo offrendo in questo modo la possibilità di ricominciare. “Uccideva” poiché la propria potenza aveva fallito, in quanto lo smembramento di se stessa (il suo sangue è il sangue e fuoco di Michele) senza il quale non viene in essere nessuna nuova nascita, avevo fallito poiché mancata la ricostituzione dell’Unità originaria. L’Amore e Timore in lei erano complementari, ma grazie a questo incontro/scontro chi arrivava a Lei poteva “morire”, rimanendo nel mondo degli umani vuoto e senza memoria oppure “rinascere”, oltrepassando la porta degli dèi. Scrive Elémire Zolla che le Sibille: “Furono vere iniziatrici ai misteri (…) Come ogni maestro iniziatico, la fata doveva far passare il candidato al vaglio del terrore (…) e trasformava i suoi adepti. Al termine delle prove impartite, infilava all’adepto l’anello al dito, per significare la vita eterna e posava una corona di alloro sul capo, per fargli scordare il suo passato umano.”