Galilei fu condannato perché si riteneva eletto da Dio a convertire la Chiesa alla sua scienza



Quale fu il vero motivo della incomprensione verificatasi fra Galileo Galilei e i vertici della Chiesa cattolica, del suo processo e della successiva condanna?
È piuttosto penoso vedere ancora tanti libri di testo scolastici e sentire tanti intellettuali affermare che esso fu la proclamazione, da parte di Galilei, della verità del sistema copernicano; è penoso, perché
fotografa una situazione di stallo della riflessione storica ed epistemologica, basata su stereotipi superati, su luoghi comuni e su consolidate mezze verità.
Che il problema  non fosse, in sé e per sé, il sistema copernicano; o, quanto meno, che questo non fosse il problema principale della controversia che oppose Galilei ai vertici della Chiesa, dovrebbe apparire oltre ogni evidenza dal fatto che lo stesso Copernico non incorse nei fulmini dell’Inquisizione e che poté lavorare e rendere noti i risultati delle sue ricerche, senza che ciò apparisse lesivo del paradigma culturale del Rinascimento, che pure era tendenzialmente antropocentrico e non più teocentrico.
La condanna del sistema copernicano, in quanto eretico, e la messa all’Indice del «De revolutionibus orbium coelestium» ebbe luogo solo nel 1616, circa settant’anni dopo la morte dell’astronomo polacco, in un clima culturale e politico totalmente diverso da quello del primo Cinquecento e, per la Chiesa cattolica, infinitamente più sfavorevole e delicato; senza contare la subdola opera svolta da alcuni teologi luterani, che erano piombati sull’opera copernicana e sullo stesso Copernico, malato e ormai morente, cercando di strumentalizzarli per i loro fini particolari, essenzialmente in senso anticattolico.
Il vero problema era la pretesa di Galilei di insegnare ai teologi come si debbano leggere le Sacre Scritture; ai membri della Chiesa, come ci si debba rapportare alla scienza moderna; e al Papa come ci si debba inchinare al nuovo Verbo galileiano, pena il rendersi ridicolo, come appunto accade al personaggio di Simplicio nel suo «Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo».
Galilei non si limita a rivendicare l’autonomia della scienza dalla religione, afferma anche che essa è infallibile, se rettamente intesa (cioè se viene intesa come lui stesso la intende); e che, mentre gli scienziati, se applicano fedelmente il metodo sperimentale, non possono sbagliare, possono invece sbagliare quei teologi che pretendono di leggere le Scritture prendendole alla lettera, laddove esse parlano un linguaggio figurato, specialmente riguardo alle verità naturali.
Si tratta di una pretesa estremamente arrogante: Galilei vorrebbe mettere la religione sotto la tutela della scienza e pretende che i suoi esponenti si inchinino incondizionatamente davanti ai risultati del metodo sperimentale; giungendo a sostenere, sempre nel «Dialogo», che, quanto alle verità matematiche, Dio ne conosce infinite, perché le conosce tutte, mentre gli uomini (vale a dire i matematici) ne conoscono solamente poche, ma che quelle poche arrivano a conoscerle con il suo stesso grado di certezza.
A tutto questo si aggiunga il tono provocatorio, di sfida, con cui Galilei esponeva tali concetti: e l’essersi fatto addirittura beffe del papa Urbano VIII, davanti a tutti i suoi lettori, presentandolo, nel «Dialogo», sotto le vesti di Simplicio, un aristotelico pedante e poco intelligente, che non sa argomentare in maniera adeguata e che finisce per soccombere miseramente davanti alla logica impeccabile del suo antagonista, Salviati, sostenitore del modello copernicano.
Né, infine, si dimentichi che Galilei, dopo essersi impegnato con il cardinale Roberto Bellarmino e, indirettamente con il papa Paolo V, nel 1616, a non più insegnare il sistema copernicano, se non presentandolo in forma di pura ipotesi matematica, di fatto aveva ignorato l’ammonimento; e che aveva ripetuto tale comportamento al momento della pubblicazione del «Dialogo», nel 1632, giocando sulla buona fede di Urbano VIII che gli aveva concesso di pubblicare l‘opera, purché non si schierasse apertamente per la soluzione eliocentrica.
L’uso della lingua volgare non fece che aggravare la sfida, poiché l’opera poté essere letta da un pubblico molto più vasto di quello degli specialisti di astronomia, travalicando così dalla sfera del puro dibattito scientifico a quella della cultura in generale e investendo della sua novità l’intera comunità delle persone colte.
Galilei si comportava con gli altri come chi, ritenendosi più intelligente, sia convinto di poter mettere chiunque nel sacco e, pur salvando le apparenze, di saper aggirare qualunque ostacolo e prendersi anche la soddisfazione di ridicolizzare il suo interlocutore; inoltre aveva una sconfinata opinione di sé e dei propri meriti scientifici, tanto da dichiarare, nel «Saggiatore», che a lui solo era stato destinato di esplorare le vie del firmamento con le nuove scoperte.
Fra parentesi, proprio nel «Saggiatore», da lui composto in astiosa polemica con la «Libra», opera dell’astronomo gesuita Orazio Grassi, egli sosteneva che le comete sono dei semplici fenomeni ottici dovuti ai vapori atmosferici e non dei veri corpi celesti, come sosteneva, invece, il suo antagonista: e si sa che quest’ultimo aveva, invece, pienamente ragione e che Galilei aveva, invece, pienamente torto (anche se la maggior parte dei testi moderni appare significativamente reticente a proposito di tale questione).
Il fisico brasiliano Marcelo Gleiser, professore di Filosofia naturale al Dartmouth College e autore del libro «Te Dancing Universe:  From Creation Myths to the Big Bang», così delinea la figura di Galilei e le ragioni della sua condanna in una intervista a Dan Burstein e Arne de Keijzer (in: «I segreti di Angeli e Demoni»; titolo originale: «Secrets of Angels & Demons», 2004; traduzione italiana di S. Bertoncini, N. Colombi e L. Colosio, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2005, 104-06):

«Nella storia non esiste un momento chiaramente identificabile  ne quale scienza e religione si sarebbero allontanate. Esiste piuttosto una tendenza, che ebbe inizio nel Seicento con l’opera di Galileo, Keplero, Newton e altri. In quell’epoca la scienza, o meglio la filosofia naturale, era considerata inferiore alla teologia. Keplero e Newton, entrambi molto religiosi, concepivano la propria scienza come un modo per avvicinarsi a Dio e per comprenderlo. Pensavano che la natura fosse un riflesso della mente divina e che la nostra ragione fosse il mezzo per raggiungerla; svelare i misteri della natura significava percorrere una via che conduceva a Dio. Galileo concepì i suo studi come autonomi ma complementari alla fede religiosa. Teneva ben distinte le due cose, ma le sue intenzioni erano chiarissime.: la Chiesa DOVEVA abbracciare la nuova scienza (la sua scienza!) per evitare un sicuro imbarazzo. Nel “Saggiatore” scrisse che era stato concesso a lui soltanto e a nessun altro di scoprire i nuovi fenomeni del cielo. Si riteneva l’eletto scelto da Dio per rivelare la verità sulla natura a un mondo chiuso nel dogma aristotelica. L’immagine non è molto diversa da quella del profeta prescelto dal Signore per rivelare al mondo il suo verbo di saggezza. […]
Copernico era quel che ho definito una volta “un rivoluzionario suo malgrado”. Sotto molti aspetti fu un prodotto della cultura rinascimentale, poiché aveva studiato in Italia nei primi anni del Cinquecento e il modello eliocentrico rifletteva chiaramente questa eredità culturale. Scrisse dell’armoniosa bellezza del suo sistema, in cui l’ordine planetario è dato dal tempo che ciascun pianeta impiega compiere la rotazione attorno al Sole: tre mesi per Mercurio, il pianeta più vicino al Sole, e ventinove anni per Saturno, il più lontano. (All’epoca si conoscevano solo sei pianeti, poiché Urano, Nettuno e Plutone non erano visibili a occhio nudo). Dietro la teoria copernicana tuttavia si nascondeva un’altra logica meno rivoluzionaria: intorno al 150 d. C., Tolomeo aveva definito un modello geocentrico in cui la Terra era leggermente spostata rispetto al centro e i pianeti ruotavano a velocità regolare intorno a un unto fittizio chiamato equante. Al tempo di Copernico, l’intera cultura si basava sul sistema tolemaico. Esisteva però una difficoltà: questo modello non concordava con una delle regole definite circa diciotto secoli prima da Platone, quella secondo cui qualunque modello di descrizione dei moti planetari avrebbe dovuto basarsi sul cerchio e sul moto uniforme. Copernico voleva riportare l’astronomia in sintonia con le regole platoniche, e il suo sistema eliocentrico vi riusciva in modo pressoché perfetto. Non intendeva affatto scatenare una “rivoluzione”. 
La grande opera di Copernico “De Revolutionibus orbium coelestium” era preceduta da una prefazione che invitava il lettore a non ritenere verosimile l’ipotesi eliocentrica i quanto violava il contenuto delle Sacre Scritture, ma di considerarla un puro edificio matematico utile per il calcolo dei moti planetari. Si scoprì più tardi che questa prefazione non era stata scritta da Copernico ma da Andreas Osiander, il teologi luterano che curò la pubblicazione del trattato quando Copernico era ormai quasi in punto di morte. Benché un po’ subdola, la prefazione ebbe l’effetto di attenuare la portata della novità: la Chiesa avrebbe ricevuto il colpo molto più tardi, con Galileo. […]
Nel difendere Copernico, Galileo assunse un atteggiamento provocatorio, sfidò la Chiesa a modificare l’interpretazione teologica della Bibbia perché strideva con le osservazioni astronomiche che lui in prima persona aveva condotto. Fu intempestivo e assai poco diplomatico; l’autorità della Chiesa era già gravemente minacciata dalla Riforma protestante, e quello era il momento meno opportuno per lanciare una nuova sfida, sopratutto in Italia. […]
È chiaro che Galileo on intendeva porsi in contrasto con la Chiesa, almeno non apertamente.  Cercò, seppure con poco garbo, di dar vita a un compromesso con le autorità ecclesiastiche. Lo fece una prima volta nel 1615, quando il cardinal Barberini (futuro papa Urbano VIII, lo stesso che più tardi lo avrebbe condannato) lo invitò ad attenersi alle argomentazioni di Tolomeo e Copernico, cioè a considerare la cosmologia eliocentrica un semplice edificio matematico privo di riscontro reale.  Intorno allo stesso periodo, il maestro di controversie del Collegio Romano, il potentissimo cardinal Bellarmino, lo sfidò a fornire una prova inconfutabile dell’eliocentrismo. Galileo rispose con il celebre “Dialogo sui due massimi sistemi”, l’opera che scatenò l’ostilità dell’Inquisizione, i cui egli presentò la posizione della Chiesa (e in particolare quella del papa Urbano VIII) attraverso la voce di Simplicio, un aristotelico antiquato e sprovveduto. Galileo fu autorizzato da Urbano a pubblicare l’opera, a condizione che questa evidenziasse la posizione della Chiesa: che Dio, benché molti elementi inducessero  a giustificare il modello eliocentrico, avrebbe potuto con un miracolo far ruotare i cieli e ogni altra cosa  intorno alla Terra fissa anziché far ruotare la Terra su se stessa. Galileo pensò di poter battere i vertici ecclesiastici con l’intelligenza, come aveva fatto con molte altre persone nel corso della vita, e questo fu il suo grande errore. La Chiesa non aveva alcun interesse ad allinearsi a una nuova scienza che sfidava la sua autorità. Benché orientato alla conciliazione, Galileo adottò un atteggiamento sbagliato. […]
Nel 1615, facendosi portavoce del cardinal Barberini, il cardinal Ciampoli scrisse a Galileo invitandolo a lasciare la teologia ai teologi: “Il dichiarar le Scritture pretendono i teologi che tocchi a loro”, perché non tutti possiedono la moderazione necessaria al giudizio. Il senso era questo: non invadere il nostro ambito di competenza.  Ma Galileo lo fece.»

È chiaro che la condanna di Galilei fu il risultato di un concorso di circostanze e che fu un grave errore da parte della Chiesa, così come lo era stata quella di Giordano Bruno; ma è altrettanto chiaro che la storia deve sforzarsi di essere imparziale e di valutare tutti gli elementi di una determinata vicenda, senza voler dimostrare alcuna tesi precostituita.
Chi ha esaminato la copia del «De revolutionibus orbium coelestium» in possesso di Galilei, è rimasto colpito dalla assenza di annotazioni strettamente scientifiche; in compenso vi compaiono le dieci “correzioni” imposte dal Sant’Uffizio, dopo la condanna del libro del 1616. È chiaro che Galilei era poco interessato al problema specifico delle orbite dei pianeti, quello che gli premeva era la nuova immagine dell’universo sottesa alla teoria copernicana; mentre le “correzioni” conformi all’Inquisizione mostrano la sua calcolata prudenza in caso di contestazioni.
Galileo Galilei non è stato un martire del libero pensiero, tanto più che, quanto a se stesso, era o pensava di essere un cattolico perfettamente rispettoso dei dogmi della propria religione e della Chiesa stessa; semmai ha cercato di essere, senza rendersene conto, un riformatore religioso, nel senso che ha cerato di “aggiornare” il cattolicesimo alla luce del nuovo paradigma scientifico post-copernicano: empirista, meccanicista, riduzionista.
Egli, che si considerava il principale, anzi, il solo depositario della nuova cosmologia, si rese conto che bisognava trovare una conciliazione tra scienza e religione; pretese, però, di impostarla a partire da una superiorità della scienza sulla teologia e sulla filosofia, che, fino a quel momento, erano state al vertice dell’edificio del sapere.
Il punto, quindi, non era, e non è, vedere se il cristianesimo possa fare proprio un modello cosmologico eliocentrico, che relega la Terra e, di conseguenza, l’uomo, in una posizione marginale nel contesto dell’Universo; il punto è se il cristianesimo possa accogliere, coesistendo con essa, una scienza meccanicista, materialista e sempre più propensa a farsi filosofia e teologia, assolutizzando il proprio sapere e travalicando dal suo ambito e dai suoi stessi presupposti metodologici ed epistemologici.
Basta sfogliare i titoli dei più recenti saggi di fisica e di cosmologia per rendersi conto fino a che punto fossero giustificate le apprensioni della Chiesa e fino a che punto abbia trionfato il nuovo paradigma scientifico moderno: vi si parla disinvoltamente di svelare la mente di Dio, e sia pure adoperando un linguaggio figurato, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Stephen Hawking è il nuovo Galilei del paradigma scientista: come il suo predecessore è sorretto da una immensa stima di sé e si mostra altrettanto sicuro che la matematica e la fisica ci daranno tutte le risposte di cui abbiamo bisogno per comprendere il mondo.
Probabilmente era proprio questo che gli oppositori di Galilei temevano più di ogni altra cosa: la perdita del senso del limite e quella del senso del mistero. 
Galilei parla ancora del mistero, ma ne parla in maniera laica e irreligiosa, come qualcosa che appartiene unicamente alla sfera della ragione, rammaricandosi che questa non possa giungere a spiegare tutto.
E, come osserva Gabriel Marcel, quando si riduce la categoria del mistero a quella del semplice problema, se ne svuota l’essenza e se ne tradisce la specificità: che non appartengono alla sfera razionale, ma extra-razionale o, se si preferisce, sovra-razionale.
Francesco Lamendola 



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