THE WALKING DEAD, NEL "DIALOGO" TRA LA VITA E LA MORTE EMERGE...L'AMORE





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“In queste tenebre dove tu affermi di essere, dove noi presumibilmente siamo… in queste tenebre non troverai nessuno che ascolti le tue grida o si commuova della tua sofferenza. Asciuga le tue lacrime e specchiati nella tua stessa indifferenza” (Jöns al Cavaliere ne “Il Settimo sigillo” di Ingrid Bergman)
“Ma allora la vita non è che un vuoto senza
fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla senza speranza” (Antonius alla Morte ne “Il Settimo sigillo” di Ingrid Bergman)

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Tra pochi giorni riprende la serie televisiva più famosa e di successo di questi ultimi anni (insieme al Trono di Spade), che per la settima stagione ci reintroduce nel mondo dei sopravvissuti all’apocalisse dei zombie carnivori sulla Terra. La qualità degli effetti speciali, l’ottima sceneggiatura, che ricordiamo si ispira all’omonimo fumetto di Robert Kirkman, responsabile e produttore dello stesso progetto televisivo, la qualità della fotografia e la perfetta caratterizzazione dei personaggi, tra l’altro ben interpretati, sono alla base del suo successo. Ma è il tema della serie a fare il resto, il tema apocalittico dei morti viventi con tutte le sue caratterizzazioni psicologiche di tipo paranoideo e claustro-agorafobico. Un mondo totalmente ostile, che impedisce ogni forma di fuga e di protezione, con la necessità di “guardarsi alle spalle” anche da chi ti circonda, pronto non solo a diventare un potenziale non-morto da colpire ma ad approfittare di ogni possibile risorsa in tuo possesso, necessaria alla sopravvivenza. Una diffidenza necessaria a trecentosessanta gradi che comprende anche i propri familiari ed amici.

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Perché allora questo mondo senza riferimenti tranquillizzanti piace tanto ai suoi spettatori, da aver fatto incetta di premi e superato i 15 milioni di spettatori nei suoi episodi di punta?
Due archetipi fondamentali sono la trama di riferimento della serie: la Vita e la Morte. Naturalmente la seconda risulta ben raffigurata nell’immagine stessa del morto vivente, che ha tutte le caratteristiche “somatiche” della Signora Oscura armata di falce: ossa esposte, carne putrescente, odori e immagini sgradevoli e soprattutto la sua “fame” di vita. Perché questo vuole la morte e nei suoi soldati (gli zombie) perseguita l’uomo per sottrargli il suo bene più prezioso. La Vita, d’altro canto, prova a difendersi in tutti i modi dall’incedere dell’Apocalisse e si rivela nelle azioni e gesta dei suoi protagonisti, che messo da parte ogni etica sociale o quasi, bypassando i divieti religiosi di millenni di storia dell’uomo (come il non uccidere) riesce a tenere testa ad una battaglia impari, guidati da un imponente istinto di sopravvivenza; battaglia destinata però ad un esito prevedibile, che si evince dagli incalzare degli eventi sempre più nefasti, come la perdita costante dei suoi stessi protagonisti. In questa paradossale guerra dove la Morte si veste di vita (o apparente tale, quella dei morti deambulanti) e la Vita si difende con l’uso della morte (degli stessi zombi e soprattutto di altri uomini ostili) emerge un dialogo antico, rappresentativo del senso dell’uomo su questa terra. Il richiamo va ad altri film, di ben diverso genere, dove questo dialogo lungi dall’essere simbolico invece è ben raffigurato dai suoi stessi protagonisti: “Il settimo sigillo” e “Brancaleone alla crociate”. 

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In entrambi i film, nella lunga partita a scacchi tra Antonius Block/Max von Sydow e la Morte del primo e negli incontri diversi tra Brancaleone/Gassman e sempre la Morte del secondo, emerge la stessa impossibilità e precarietà dell’uomo di difendersi dall’abisso della fine. Eppure in questa caducità della vita tutti e tre i film “realizzano” un messaggio complementare a questa ciclicità infinita, un aspetto “trasversale” che resiste al ritmo incalzante della morte/vita, mostrano la realtà “senza tempo” dell’amore. Come nel Settimo sigillo Antonius si sacrificherà per una coppia di innamorati dopo aver ritrovato la fede, ricongiungendosi con la moglie nel finale, Brancaleone sarà salvato dalla Morte dal sacrificio della streghetta Tiburzia di lui innamorata, così nella serie più violenta della TV i vari protagonisti, oltre alle singole storie d’amore individuali o a quella del padre Rick verso il figlio, sono tutti uniti dall’amore/necessità reciproca, pronti ad immortalarsi l’uno per l’altro, ricordandoci di come questa emozione/sentimento rappresenta forse il vero senso della presenza dell’uomo in questo mondo. Quel sentimento che forse è a monte proprio del ciclo di vita e morte che caratterizza il mondo fisico, quel “collante” che unisce le singole anime in una anima collettiva, e che traduce l’istinto di sopravvivenza del singolo in quello dell’intera specie. 

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Dunque forse quello che percepisce lo spettatore è proprio l’esorcizzare le sue angosce di morte, ben rappresentate nel tema del film, attraverso la speranza dell’esistenza di quell’unico sentimento, che riesce a dare significato ad un mondo finito “apparentemente” senza significato. (C.F.)
“Se tutto è imperfetto in questo imperfetto mondo, l’amore invece è perfetto nella sua assoluta e squisita imperfezione”. (Jöns ne “Il Settimo sigillo” di Ingrid Bergman) 

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