VENERE E MARTE



“Et se sempre Marte fussi sottoposto a Venere, cioè la contrarietà de principii componenti a loro debiti temperamenti, nessuna cosa mai si corromperebbe” (Pico della Mirandola, Commento sopra una canzone de amore, II, VI da Opera Omnia, 1557).
“Marte è raffigurato profondamente addormentato, svestito, rilassato, del tutto ignaro di ciò che gli
succede intorno; alcuni satirelli giocano con le sue armi. Di fronte a lui, sveglia, siede Venere con un’espressione vigile e molto determinata, vestita come si conviene. Che cosa si è voluto dire con questa strana combinazione di una Venere così padrona di se e di un Marte abbandonato al sonno e preso in giro dai satirelli? Nel Rinascimento Marte era simbolo di contesa e distruzione, mentre Venere era la dea dell’amore, della concordia e dell’armonia. Rappresentando Marte che soccombe a Venere si voleva significare che l’amore e più forte della contesa. Marte ha abbandonato le armi e si e addormentato, mentre Venere è raffigurata nelle vesti della Venus victrix, la Venere vittoriosa che ha disarmato il dio della distruzione e trasformato in giocattoli le sue temibili armi. L’atmosfera del quadro è quella di un lepido idillio, ma con mascherati accenni di ordine morale la cui conoscenza aumenta la nostra capacita percettiva.
Botticelli ha poi aggiunto un altro tocco di bucolica railerie trasformando i cupidi in satirelli che si insinuano maliziosamente sotto le armi abbandonate di Marte, queste armi formidabili ormai ridotte a giocattoli. Soltanto le vespe che ronzano intorno alla testa del dormiente ne rievocano lo spirito pugnace: “quod per vespam… pugnacitatem et infestum adversos hostes ingenium ostendebant ” (Valeriano, Hieroglyphica, fol. 31v, s. v. “Pugnacitas”; anche fol. 189 v: “De vespa”, con illustrazione che reca l’iscrizione pugnacitas.). Come commento marginale alla scena, queste vespe non devono essere sottovalutate, perché, anche se Venere, essa “ama marte, perché quella bellezza la quale chiama Venere… non sta stanza quella contrarietà”; così, una unione tra dolcezza e aculeo resta sempre implicita nella discordia concors di Marte e Venere. (da: Edgar Wind, Misteri pagani del Rinascimento, Milano, 1971, pp. 112-113 e L’eloquenza dei simboli, Milano, 1992, pag.5)



Venere, Marte, lo stramonio e il cocomero asinino.

Nel Venere e Marte conservato alla National Gallery di Londra spunta infatti, proprio sotto il corpo nudo e abbandonato del dio guerriero, sull’estremo angolo destro, un satiretto con l’aria cattiva che tiene in mano un frutto allucinogeno. David Bellingham sostiene che si tratta di Datura Stramonium, una pianta che contiene una potente sostanza psicotropa e afrodisiaca. Ingrediente preferito dei sabba delle streghe, lo stramonio provoca allucinazioni e induce a comportamenti orgiastici.
I frutti dello stramonio sono a forma di capsula, irti di aculei e grossi come una noce. Dovrebbero stare nella mano del piccolo satiro. Questo, invece, sembra piuttosto un cocomero asinino, usato in passato come purgante, e qualcuno parla di natura fredda del frutto che associato all’essere caldo di Marte dovrebbe fungere da freno ai bollenti spiriti del Dio. Ma il cocomero asinino (Ecballium elaterium) deriva il suo nome dai termini greci “έκτο”= al di fuori, e “βάλλω”= lanciare e fa riferimento ad una particolarità dei frutti: al loro interno infatti si sviluppa una pressione idraulica notevole che serve a “sparare” i semi il più lontano possibile; i piccioli dei frutti funzionano come tappi che, quando il frutto è maturo, al minimo tocco lasciano fuoriuscire liquido e semi. La pressione che si accumula in un frutto maturo è molto superiore a quella di un pneumatico d’auto: quando il frutto si stacca dal peduncolo il liquido ed i semi vengono sparati fuori ad una velocità di circa 10 m./sec. e ad una distanza anche di oltre 12 m. 

  (Cocomero asinino)

Quindi più che allo stramonio ed alla sua azione allucinogena-orgiastica o alla natura fredda del cocomero asinino, come da altri riportato, è piuttosto l’analogia con il meccanismo di espulsione della polpa di questo frutto a dare il senso di un Marte esausto, “spompato”, con una chiara analogia all’orgasmo maschile, ma i cui significati alchemici vanno ricondotti all’agire dei due principi: maschili e femminili, magnete e magnesia, stimolo e risposta, desiderio ed oggetto….motore della vita. (C.F.)

Immag.:Sandro Botticelli Filipepi detto (Firenze 1445-1510), Venere e Marte, 1483 ca. Londra, National Gallery.