CAVALLERIA SPIRITUALE E CAVALLERIA TERRENA IN SAN FRANCESCO D'ASSISI (di A.Bonifacio)



Il mio cuore è divenuto capace di tutte le forme / E’ un prato per le gazzelle e un convento per i monaci cristiani / Un tempio per gli idoli e la Ka’ba del pellegrino / le tavole della Torah e il libro del Corano / Professo la religione dell’Amore e qualunque sia la direzione presa dalla sua cavalcatura / l’Amore è la mia religione e la mia fede.
(Ibn Arabi)

Premessa
Stiamo mettendo a punto una ricerca riguardante le possibili relazioni intercorrenti tra l’originario movimento francescano, nella persona stessa del suo fondatore, San Francesco, e lo spirituale suo ideale continuatore, Piero di Giovanni Olivi, un lavoro che si sviluppa intorno al significato che assume l’esercizio della militia cristiana nella cornice di questa nuova fraternitas e di cui, nella circostanza, esploriamo uno dei molteplici aspetti.
Piero di Giovanni Olivi è stato un profondo e controverso teologo, condannato postumamente per eresia e che, in questa veste dottrinale, sarebbe stato l’ispiratore della figura chiave di Vigor. Questo è il nome del soggetto della miniatura rappresentante un uomo in armi che sigilla la pagina di chiusura del trattato Documenti d’amore di Francesco da Barberino lanciando un terribile e ferale ammonimento ai possibili profanatori del testo. Questa figura, densa di significati, discenderebbe, in linea diretta, da una breve e sapiente opera simbolica del citato teologo, conosciuta con il titolo di Miles armatus, in cui si esprime tutto il carattere pugnace del combattente spirituale e i significati molteplici dell’armatura e dell’armato.
In questo intervento, seppur in maniera molto sintetica rimandando ulteriori riferimenti al testo in stesura, si cercherà quindi di mostrare cosa Francesco pensasse della cavalleria e del ricorso alle armi per la difesa della fede, elementi propedeutici indispensabili a qualsiasi studio successivo dedicato ai suoi più diretti continuatori ed esegeti. 

Fig. 1: Vigor
L’illustrazione finale dei Documento d’Amore, testo che il da Barberino avrebbe concepito influenzato dal francescanesimo del teologo provenzale Piero di Giovanni Olivi, è sigillato da un guerriero che così si pronuncia in un “fumetto”: “Io sono vigor e guardo sel venisse –alchun chel livro aprisse – e se non fosse cotal chente a detto - dregli di questa spada per lo petto”.










Sogni e segni dei tempi
Per stabilire una possibile linea di contiguità sul delicato argomento del significato delle armi e della battaglia per l’uomo di fede nella concezione francescana delle origini, l’incipit più eloquente può essere fornito dall’affresco giottesco (o di scuola giottesca) denominato il Sogno di Francesco presente nella basilica superiore di Assisi.
Si tratta di un sogno profetico, ricevuto nei giorni che precedono la sua vocazione, in cui Francesco ha la visione di un palazzo pieno d’armi crociate.
Nell’affresco il pittore si premura di sottolineare la dimensione cortese in cui  matura la vocazione francescana, in conformità all’espressione paolina e poi bernardiniana che intende la vita cristiana come militia.
Una via, un indirizzo, un percorso, quello del cristiano, necessariamente militante e che si principiava al momento stesso dell’invisibile apposizione della sphragis battesimale sulla fronte, i cui significati sono così descritti da Teodoro di Mopsuestia nelle sue Omelie catechetiche, allacciandosi così, al momento della ricezione del segno, la qualificazione di milite al servizio della fede: ”Il contrassegno con cui sei segnato significa che ormai sei marcato come pecora di Cristo, come soldato del re dei cieli… Al soldato che, in considerazione della sua presenza fisica, è parso idoneo al servizio dell’Impero, viene, per prima cosa, impresso sulla mano il marchio indicante quale re egli serve; ed ora anche tu, perché fosti scelto per il regno  dei cieli, rechi visibile il segno distintivo di soldato del re dei cieli”.

Fig. 2 Giotto: Il sogno di Francesco
Gli Affreschi della basilica superiore di Assisi dedicata ai “ricevimenti ufficiali”  sono stati dipinti cinquant’anni dopo la morte del Santo e mostrano la grande intelligenza  diplomatica del loro ispiratore Frate Bonaventura che,  utilizzando i contenuti delle profezie di Giocchino del Fiore, riuscì momentaneamente a comporre politicamente il conflitto tra Francescani e Spirituali cercando le porre le basi di un ordine di contemplativi mediatore ultimo tra Cielo e Terra. Grazie agli studi della storica Chiara Frugoni molti particolari poco visibili, ma non per questo meno determinanti per la comprensione del ciclo pittorico, sono stati riportati alla luce, non senza difficoltà e sorprese interpretative. In questo dipinto si narra il sogno di Francesco la visione di un palazzo pieno di armi crociate invitando il visitatore aderire al tema crociato così come sognato da Francesco




L’associazione quindi tra il momento battesimale, soprattutto immaginato nella cornice originaria della triplice emersione ed immersione di un adulto dalla vasca ottagona, e la sua simbolica vestizione con l’armatura impenetrabile della fede, rappresenta quindi l’in sé del rito e del farsi quindi “cristiano”. Tuttavia il nostro punto di riferimento è costituito dall’ulteriore passaggio del credente in cui questa attività di militia si traduce in atti che hanno riguardo all’eventualità di schierarsi in combattimenti cruenti su questa terra contro antagonisti reali per motivi afferenti alla fede.
Scopo delle presenti considerazioni è mostrare un punto fermo del francescanesimo: la non ripulsa della cavalleria e dei suoi ideali, anzi la sua totale dignificazione nel contesto della vocazione e predicazione di colui che, dopo un doloroso percorso ascetico, diventerà l’alter Christus.             
E’ noto che tutta l’infanzia e la gioventù di Giovanni, poi battezzato Francesco in omaggio all’amore di entrambi i genitori per quella Francia occitana che aveva fatto le fortune commerciali del padre Pietro Bernardone, trascorse in ardente contatto con gli ideali propri della cavalleria.
La madre Pica, con grande probabilità nobildonna d’origine provenzale o piccarda (da qui il soprannome Pica), deve avere trasferito parimenti nel figliolo la cultura d’oltralpe cui, in qualche modo, partecipava anche il padre, descritto come un pratico mercante di stoffe comunque avvezzo a frequentare per lunghi periodi le ricche regioni della Linguadoca e della Provenza, conducendo, occasionalmente, con sé il giovane Francesco.
Da questa doppia istruzione, in casa e sul “campo”, sarebbe derivata al ragazzo una fluida conoscenza del francese, o meglio del provenzale, lingua nella quale il giovane amava cantare nei momenti di gioia e ciò avverrà anche dopo l’abbandono della casa paterna (la sua giovialità era innata e si manterrà nel tempo). Questo è un tratto caratteriale, d’impronta trovadorica, assai significativo per delineare la personalità dell’uomo che, nelle sue diverse età, mantenne un filo ininterrotto con i tratti caratteristici del suo primigenio carattere.
Parimenti ebbe confidenza nella sua adolescenza con i cavalieri in frequente transito sulla via Francigena, il percorso che lambiva la natìa Assisi e in queste circostanze avrà avuto senz’altro modo di entrare in contatto con i Cavalieri di Altopascio che, insieme agli Antoniani e i Templari ebbero per simbolo il Tau, simbolo che Francesco adottò fin dall’inizio della sua vicenda come contrassegno identificativo dell’intento caritativo verso gli ammalati (nel suo caso prevalentemente i lebbrosi), e altresì contrassegno salvifico-taumaturgico dai molteplici significati apponendo il quale correntemente Francesco si firmava.




















Fig. 3, 4
La croce taumata e la nave di San Giacomo patrono dei Cavalieri del Tau
Fin dall’inizio Francesco adottò il segno del tau, che si ritrova nel libro di  Ezechiele (ez4,9) e quindi nel Vecchio Testamento e nell’Apocalisse (Ap 7 2,3) condividendo questo simbolo di salvezza sia con i Cavalieri del Tau di Altopascio che si occupavano della cura degli infermi e dei pellegrini in genere, sia con i Cavalieri templari e sia con gli Antoniani che si assistevano gli affetti dal terribile malanno detto fuoco di Sant’Antonio, causato dall’infestazione dell’ergot vera piaga dei tempi e rappresentata in maniera raccapricciante da Hyeronimus Boch. Un punto interessante della possibile coniugazione di tre di questi quattro ordini è rappresentato la chiesa di Monte Cucco, dedicata a San Francesco nel 1315, ma eretta in precedenza. In essa è stato rinvenuto un quadro raffigurante sant’Antonio Eremita che sorge dal sepolcro, entro cui era solito dormire, e simboli templari e francescani piuttosto simili a quelli presenti nella “templarissima” chiesa perugina di San Bevignate.

Fig. 5
Il ricercatore Giuseppe Spadaro (pag 240) ha voluto vedere nel Tau, quella croce con cui Francesco si firmava la “vera” croce, simile all’ankh egizio così come descritta negli atti di Giovanni e rappresentata nel quadro di Francisco de Zurbaran, contrapponendola così alla croce degli elementi a quattro braccia.




























Egli, come detto, aspirava agli speroni del cavaliere e, del resto, sfortunato cavaliere fu in quanto in battaglia venne fatto prigioniero dai perugini nella disastrosa guerra che Assisi condusse contro l’altra città umbra. Non sappiamo se nel corso degli scontri Francesco abbia addirittura ucciso qualche avversario: l’impegno lo richiedeva. Le fonti nulla ci dicono e il problema del suo comportamento in battaglia e degli esiti che ne conseguirono rimane aperto. Durante la sua restrizione contrasse una grave malattia ai polmoni che lo accompagnerà per il corso della sua esistenza e che, malamente curata, lo condusse, insieme ad altre cause, a una morte prematura.
Francesco non ebbe però mai rimorsi del suo trascorso pugnace. Persino la biografia di San Bonaventura, così indirizzata ad espungere ogni sentore del possibile scivolamento del santo verso possibili dimensioni eretiche (lui che poi da eretico è stato poi trattato), si menziona invece e con particolare compiacimento il linguaggio ammirato, l’atteggiamento compiacente che, prima nel corso della sua gioventù, e successivamente dopo la sua conversione, Francesco mostra nei confronti della cavalleria non opponendola affatto alla via religiosa con cui non avverte il contrasto.
Francesco, quindi, non rinnegò mai il suo breve trascorso da Cavaliere, come del resto non lo fece un altro celebre cavaliere, anch’esso poi divenuto santo  San Galgano. Piuttosto traslò questo suo impegno, all’apparenza mondano, su un altro piano mantenendo intatto il linguaggio e il codice d’onore che impegnava il cavaliere all’impresa secondo i caratteri di allora: fedeltà feudale al proprio signore, onore, cortesia, e un particolare legame con la… Donna che è omaggiata dal buon esito degli eventi, attributi che Francesco riverserà verso Madonna Povertà, immagine dai contorni complessi (povertà come madre dei figli del Re, “povertà regale” dirà, infatti, significativamente Attilio Mordini), a dar seguito alla descrizione della stessa contenuta nella vita di Celano, che qui però non si approfondiranno gli insoliti caratteri.
E’ bene comunque rimarcare che quando avverrà la rinuncia alle armi di Francesco, egli non sarà colpito dall’orrore come San Paolo sulla via di Damasco, in ordine alla liceità delle sue azioni pregresse. Nel caso di Saulo si trattò di una vera conversione, nel caso di Francesco, come detto, di una traslazione, rimanendo intatto il codice d’onore pattizio che ne è alla radice. Egli, infatti, si sentirà direttamente chiamato a servire un “signore più grande” in totale abnegazione, non ad aver ripulsa della sua pregressa vita di aspirante cavaliere malgrado essa sia generatrice obbligata di lutti, sofferenze e rovine.  
Dopo questa premessa, destinata a tratteggiare in maniera piuttosto elementare la cornice nella quale si collocano gli eventi, entriamo nel merito della relazione che Francesco, abbandonata la via mondana e assunti i panni   dell’umile seguace del Cristo, ebbe con i tempi di allora particolarmente tumultuosi e dominati da conflitti perenni d’ogni ordine e grado e in particolare il suo porsi verso l’evento delle crociate che, all’epoca, costituiva il cardine delle relazioni del popolo cristiano con quello saraceno.
Questo è un argomento essenziale e complesso, nonché in qualche modo perfettamente attuale, ed è bene sgombrare subito il campo da facili soluzioni d’istinto, introducendo opportune considerazioni sul tema che prenderanno spunto dal libro dello storico Franco Cardini dedicato a queste tematiche dal titolo Le crociate tra mito e storia, periodo di cui il noto studioso è massimamente esperto. 
Proprio nelle sue pagine si affronta il tema delle relazioni tra il compatrono d’Italia e i cristiani in armi, descrivendo tale intreccio relazionale in questo modo: “Solo il malinteso causato da un certo modo di approssimativo di intendere la storia ha fatto di Bernardo lo zelatore fanatico della guerra santa e di Francesco il suo svalutatore. E’ invece proprio vedendo fino a che punto il santo di Assisi fosse immerso nella tematica religioso - cavalleresca della crociata che si capisce il ruolo giocato nella successiva predicazione dell’impresa da parte dell’Ordine dei Minori.” (F. Cardini: 1971, 128 ).

Pellegrinaggio armato
 Cardini esplicita ulteriormente questa concezione in un altro libro, sempre dedicato a Francesco, che risale a un periodo successivo (1989) e lo confermerà nelle ulteriori edizioni di questo lavoro principale.
In questo nuovo contesto delinea perfettamente, dal proprio punto di vista, i lineamenti di lettura della crociata quale evento bellico dal punto di vista teologico cristiano. L’impresa è tratteggiata secondo una certa prospettiva visuale, strettamente legata al modo di sentire la realtà da parte degli attori che vi partecipano:”Molti […] hanno proclamato, bruciando il loro granello d’incenso sull’ara di una certa retorica conformista, che Francesco non poteva non essere contro le crociate. Francesco insomma avrebbe voluto convertire gli infedeli con l’amore, non con la spada.  Sono idee fondate su una su una grossolana ignoranza di quel che significasse la crociata nel senso spirituale, disciplinare ed ecclesiale del tempo […] infatti, la crociata […] non è una guerra santa volta alla conversione dei ‘non cristiani’: è un pellegrinaggio armato scopo del quale è la conquista, la difesa, o la riconquista dei luoghi santi (F. Cardini: Francesco d’Assisi: 1989, 199).   Si tratta di un’espressione che il Cardini esplicitamente mutuerà da Jacopo de Voragine che nella sua Leggenda Aurea scrive: ”Il tempo del pellegrinaggio è la presente età, nella quale siamo sempre come pellegrini in battaglia”.         
Tale posizione, soprattutto in relazione alle ultime parole della frase dello storico, appare davvero impegnativa nella prospettiva agiografica pacifista nella quale viene percepita la realtà del neonato ordine francescano, ed essa  certamente non rispecchia il pensiero di tutti gli interpreti del francescanesimo.
D’altronde è parimenti vero che, come annota ripetutamente lo storico fiorentino nei suoi numerosi interventi sul tema, non si è a conoscenza di fonti di condanna diretta di Francesco delle crociate, neanche contro quella albigese, quest’ultima operata da cristiani contro cristiani, che, almeno all’apparenza, riguardava il futuro santo molto più da vicino, visti i legami che il padre aveva con il territorio provenzale e l’origine, verosimilmente occitana, della sua stessa genitrice e i cui echi sanguinosi erano in qualche modo maggiormente avvertibili e avvertiti in Assisi, rispetto a quelli che provenivano dal medio - oriente.
Allo stesso modo è parimenti innegabile che, anche la posizione innegabilmente intransigente e militaresca di Bernardo, che condusse al disastro della seconda crociata, è sostenuta da un’argomentazione spirituale inedita e poco valorizzata nella contemporaneità, forse perché ricorda troppo da vicino il tema scottante e controverso della jihad islamica, intesa contemporaneamente come “piccola” e “grande guerra santa”. La prima,  quella esteriore, si combatte con il nemico esterno, la seconda, quella interiore, contro la voracità dell’ego che è la causa unica del “peccato” (argomento sul quale il Guénon si è soffermato in un incisivo articolo svelando gli aspetti più profondi che investono questa lotta interiore esteriormente “armata”).
Bernardo in questa sua innovazione prospettica richiama volutamente e quasi calligraficamente la prospettiva islamica, perché a questa formula parrebbe ispirarsi la sua concezione della guerra santa e dell’etica dell’Ordine dei Templari, ricalcandone esso congiuntamente sia il senso esteriore che quello interiore. Possiamo leggere, infatti, ciò che precisamente scrive sul tema e confrontarlo con il concetto musulmano di jihad di cui si è accennato in precedenza:”la guerra dei Cristiani contro gli Infedeli per la difesa della Terrasanta altro non sia che il simbolo della lotta che ciascuno, nel proprio intimo, deve condurre contro il peccato” (cit. in Silvio Marconi:2008, 124).
Tuttavia osserviamo, che l’innesto del senso pugnace della fede non dev’essere necessariamente solo relativizzato all’influenza dei morabitum (la costituita cavalleria islamica d’ordine iniziatico) come sembra intendere il Marconi proponendolo con grande insistenza nel suo testo, rimettendo in toto tutta la civiltà occidentale al contributo di una fonte orientale o mediorientale. A questo punto verrebbe da chiedersi se questo prospettato “ex medio-oriente lux” possa ritenersi originario o, a propria volta, gli elementi culturali, o per meglio dire sapienziali e sacrali (come ad esempio l’alchimia), che esso ha veicolato in Occidente, non derivino, per molti e fondamentali aspetti, anche dall’area iranica, com’essa era antecedentemente alla conquista araba (che sarebbe stata la prima fonte delle storie del Graal) che avrebbe, a propria volta, assunto altrove alcuni tratti culturali fondamentali, poi trasmessi alla cultura araba all’atto di occupazione della terra persiana.
E’ necessario quindi chiedersi se il sufismo, che dalla preesistente cultura iranica sugge abbondante nutrimento, non tragga a propria volta scaturigine da un mondo nordico boreale (l’”oriente polare” corbiniano che il Marconi evita accuratamente di nominare forse per interiore antipatia rispetto a tutto ciò che è “nordico”) anche per l’evidenza dell’utilizzo di una serie di simboli ad esso confacenti (lo xvarna come espressione dell’aurora boreale, Qaf la montagna polare, etc.). Fermiamoci tuttavia qui e proponiamo contiguamente un’altra serie di considerazioni sul tema dell’innesto del tema della guerra santa nel corpo del cristianesimo, un corpo che, in qualche modo, era già predisposto a essere inoculato, visto il carattere comunque militare che assume il converso o il battezzato – cresimato poi al termine del rito - che lo inizia alla sua nuova vita, come su ciò ci ha anticipatamente edotto Teodoro di Mopsuestia.
E’ nota del resto la posizione non esattamente pacifista di Sant’Agostino sul tema militare. Egli non era certo tenero contro coloro che rifiutavano il ricorso alle armi per timore di perdere quella vita che, prima o poi, gli sarebbe stata sottratta, dal naturale corso dell’esistenza.
Nella circostanza l’oggetto della presente riflessione non sarà relativizzato solamente a quello di militi in guerra, che devono affrontare la sorte, per quanto possibile, a cuor leggero, perché la loro meta non è una vita terrena senza onore ma semmai il paradiso, quanto piuttosto ci si andrà a riferire a quelle confraternite chiuse, a quei cenacoli di natura iniziatica che recano una struttura articolata per gradi, della cui specificità, come “armata di Dio”, ci illumina abbondantemente anche la letteratura qumranica che riteniamo il precedente più autorevole per interpretare la circostanza.
Qui, nel Rotolo della Guerra, si descrive la diretta influenza spirituale che coinvolge gli emissari di Dio, i combattenti angelici, che lottano visibilmente a fianco degli uomini contro Belial. Per inciso, annotiamo che anche Francesco indica con questo nome demonico coloro che mancano della grazia e che verosimilmente sono privi di possibilità di redenzione, costituendo quindi una categoria di “intoccabili” nel consorzio umano (G. A. Spadaro: 2009, 108-109, 159).
Il passo successivo, tratto dal citato Rotolo della guerra, appare a tal proposito piuttosto eloquente in ordine al comportamento da adottare contro gli avversari:”…Ascolta Israele! Voi oggi state per combattere contro i vostri nemici non spaventatevi e non allarmatevi innanzi a loro. Poiché il vostro Dio cammina con voi per combattere i vostri nemici e per salvarvi…Allorché nel vostro paese verrà una guerra contro un oppressore che vi opprime, e suonerete la tromba il vostro Dio si ricorderà di voi e sarete salvi dai vostri nemici”.
Ora, prescindendo dalle straordinarie somiglianze che questo passo ha con Luca (Lc. 68-75), rileva l’idea della vicinanza di Dio alle schiere combattenti in suo nome, nella considerazione, espressa in altri passaggi, che il nemico, opponendosi a Israele, si oppone a Dio stesso e alla sua volontà e per questo fatto stesso rappresenta Belial, l’antagonista irriducibile che va contrastato senza mediazione alcuna.
Il passaggio al concetto di malicidio, contenuto nel De laude novae militiae di San Bernardo, è perfettamente reso in nuce nel brano del testo qumranico. Piace ricordare, in contrappunto a ciò, che i Saraceni combattevano contro gli infedeli e non espressamente contro i seguaci della malvagità, l’antitesi, seppur cruenta, non privava il nemico di una certa sua dignità antropologica e questo tratto, secondo il nostro punto di vista, può dimostrare che solo in parte può aver agito l’influenza del modello islamico sul concetto di miles cristiano, non essendo, a nostro giudizio, tale modello sua diretta filiazione. Essa piuttosto ci sembra derivare, nel suo contenuto essenziale, dallo scritto essenico prima menzionato.
Pertanto parlando di tutto ciò in maniera molto generica non è escluso in via di principio che questi testi qumranici, magari conosciuti nei loro contenuti per altre vie, abbiamo influenzato entrambe le dottrine, quella cristiana e quella islamica, in momenti diversi e che nella circostanza del testo qumranico si sia davanti a una sorte di fonte Q primeva ad entrambe le compagini in lotta. Vero è che la cavalleria islamica ha comunque preceduto qualsiasi organizzazione occidentale, infatti, quando nell’Europa cristiana non esisteva una sola organizzazione cavalleresca con un suo codice che attribuisse al combattimento una qualche qualificazione mistica, contrariamente ”...i Musulmani già avevano strutturato l’organizzazione dei morabitum e definivano codici cavallereschi sia in termini operativi che mistici, che epico letterali”(Silvio Marconi: 2008,128).
A proposito di “codice” si deve risalire al testo denominato Kitab al-futuwat (libro della cavalleria) per comprendere la dimensione mistico - militare di questa prospettiva sufica.  Si tratta di un testo scritto intorno all’anno mille ed elaborato proprio da un maestro sufi Abd ar-Rachman as- Sulami che fa risalire l’istituzione della cavalleria al tempo dei cinque del mantello e quindi alle origini stesse dell’Islam.
In ambito cristiano si dovrà attendere il 1140 per avere un acconcio “disciplinare” che sistemasse teologicamente la faccenda. In quell’anno il giurista Graziano conferirà la legittimazione alla guerra cristiana intesa come guerra giusta, essendo essa proclamata dal Pontefice, in nome di Dio, e quindi evidentemente frutto del discernimento che il vicario di Cristo esercita nell’interpretazione della volontà divina nella circostanza storica soggetta al suo vaglio.
In ogni caso il passaggio essenziale che va correttamente compreso e che la via interiore che corre parallela a quella esteriore ed è una via destinata ai soli cavalieri, in qualche mondo “iniziati”, che si muovono nella cornice di una guerra santa perché “liturgicamente” proclamata.  

Greccio: meditazione sulle crociate
 Sostiamo ora sull’altro punto di vista, quello di un maturo Francesco, che osserva il mondo che lo circonda con un occhio più disincantato. Si sarebbe di fronte ora a una figura più accentuatamente “pacifista”, che si sarebbe palesata nel messaggio di Greccio nel 1223. In quegli anni Francesco era reduce l’esperienza orientale, portando con sé tutto il gravoso bagaglio di viaggi, incontri, predicazioni e forti delusioni, sentimenti tutti che hanno caratterizzato l’ultimo tumultuoso periodo della sua breve vita.     
Chiara Frugoni, nota studiosa del santo e del suo movimento e parimenti primaria interprete dell’epoca, tende a immaginare che in quegli anni sorga nell’animo del prossimo stigmatizzato un ordine di vedute diverso, anzi decisamente opposto, a quello prospettato dal Cardini, in ordine all’impatto delle crociate sulla psiche di Francesco.
Un approccio diverso di Francesco al tema che avrebbe fatto si che il Poverello di Assisi sarebbe stato portatore di un sentimento nuovo e del tutto innovativo, rispetto ai canoni dell’epoca; un sentimento e un atteggiamento che sarebbe pienamente maturato in Francesco soprattutto dopo la truce esperienza fatta in campo di battaglia, proprio a Damietta e magari visitando altri luoghi di scontro, oltre a quelli in cui era stato direttamente attore in gioventù.
Francesco, infatti, dopo la visita bruscamente interrotta in Terrasanta e fatto il suo precipitoso ritorno in Italia, a causa dei primi cedimenti dell’ordine che gli avevano segnalato, “inventò” a Greccio il presepe, che, detto per inciso, originariamente era privo dei genitori del Cristo. In questa scenografia trovarono posto il bue e l’asino e la sola greppia con la paglia, senza il bambino, realizzando così in questa semplicità, una rappresentazione pubblica e popolare della nascita di Cristo destinata a quell’ampia diffusione che conosciamo e accompagnando questa realizzazione con una predica che divenne celebre.
Annotiamo ulteriormente che in realtà rappresentazioni della nascita del Cristo in forma teatrale (teatro sacro), cui partecipavano dei sacerdoti in veste di “attori” e commentatori, erano già praticate e quindi diffuse all’epoca e quindi ciò che Francesco ha proposto non sarebbe una “novità” assoluta, ma il frutto di un diverso adattamento alla circostanza. In effetti, la scarna scenografia proposta si appoggerebbe all’interpretazione della patristica degli elementi presenti, che però Francesco avrebbe integrato dopo l’esperienza delle crociate intendendola, altresì, come interiorizzazione del pellegrinaggio e quindi come capacità essenziale di far nascere il Cristo nel proprio cuore.
I due animali avrebbero rappresentato gli ebrei e i pagani, quali genti ormai prossime alla conversione; essi sono sulla mangiatoia e quindi pronti a nutrirsi di quella paglia che emblematizzava la presenza reale del Cristo nell’eucarestia. Così, in quella rappresentazione, Francesco avrebbe espresso la volontà di vivificare il messaggio cristiano d’amore facendo leva sul carattere esemplarmente apostolico (e quindi mai coercitivo) che dovevano assumere i comportamenti dei frati verso chiunque loro si accostasse, perché Loro erano ora la realtà viva del Vangelo, la sua riattualizzazione al presente. Egli dimostrerà di li a poco tutto ciò, accogliendo a La Verna le stimmate che trasfigureranno il fraticello straccione e d’aspetto trasandato nell’alter Cristus, un Cristo che, comunque, era salito al Golgota ricoperto da una tunica preziosa
Il carattere “toccante” delle sue prediche si desume perfettamente anche dal vivido racconto del Celano reso per la circostanza, in cui il biografo ci narra che, durante il commovente intervento del santo, espletato a commento di questa sua sobria e scarna rappresentazione, a un certo punto fu visto dagli astanti un bambino morto, disteso sul pagliericcio che, sollevato da Francesco, ne ricevette vivificazione: una palese trasfigurazione della necessità di una trasmutazione della chiesa per condurla alla sua finale trasformazione in una compagine tutta spirituale, in grado di ridare vita a ciò che apparentemente è morto e direttamente influenzata dalle suggestioni di Gioacchino da Fiore, che saranno accolte entusiasticamente dagli Spirituali.     
Questa ideazione sarebbe stata, sempre secondo il pensiero della Frugoni,  lo strumento ideato per giungere a una sconfessione delle Crociate e quindi per propagandare quei motivi esattamente “pacifisti”, ma nobilitati profondamente dal tema della fides mortua, (nella circostanza a causa di opere di morte) che il Cardini, invece, sembra tendere a sminuire o contenere in una cornice di diverse dimensioni.
La paventata dicotomia che lo storico fiorentino si propone di esorcizzare, in cui da una parte c’è Bernardo con il suo incitamento al malicidio da compiere in nome di Cristo stesso, che richiede direttamente l’estirpazione della mala genìa eretica e non solo (i musulmani correttamente non sono eretici ma seguaci di un’altra religione ma furono fatti passare per eretici con spudorata menzogna) e dall’altra il contrario atteggiamento di colloquiale incontro, quasi in punta di piedi, di Francesco con l’avversario, non è esasperazione di storici miopi e interessati a deformare in maniera moderna il medioevo ma realtà fattuale che appare incontrovertibilmente agli atti della storia.
Tutto ciò sarebbe appunto confermato dalla Frugoni che mette speculativamente in assoluto risalto, ciò che Cardini vorrebbe attenuare, ossia il contrasto tra le figure di Bernardo e Francesco.
Bernardo fu l’inventore dei “Templari” e proprio con questa sua audace innovazione teologica si colmerebbe la discrasia, all’apparenza irrimediabile, che parrebbe esistere tra la posizione coranica, in ordine al gradimento che manifesterebbe “Dio” per la morte in battaglia dei suoi guerrieri fedeli facendoli “martiri” per la fede e, proprio per questo, assunti direttamente in Paradiso, in contrasto, all’assenza di tale prospettiva soteriologica nel cristianesimo. Ciò almeno fino all’improvvisa rivoluzione bernardiniana, che, da quel momento in poi, avrebbero fatto partecipare al miles cristiano i medesimi privilegi ultraterreni della contrapposta compagine, perché questi, uccidendo il male, cooperava al meglio all’opera redentrice del Cristo.
La via del “Paradiso” passava davvero per le armi (come in altri cicli di civiltà del resto) e gli stessi Templari, annota Corbin nel suo libro L’Immagine del Tempio, deposero le loro armi sugli altari dell’edificio salomonico a loro destinato come alloggiamento, facendo così di esse degli strumenti pressoché liturgici in quanto oggetto di un’influenza spirituale.
La divergenza con Carla Frugoni e Franco Cardini, pur in un contesto di ribadita amicizia nell’ambito di una colleganza pluridecennale, è quindi evidente. Così ne scrive la ricercatrice, accentuando la sua distanza  concettuale dalla locuzione “pellegrinaggio armato”, certamente non ritenuto principialmente erroneo, ma non intimamente condiviso dal novissimus pazzus: ”Quel che Francesco vuole dire e che è inutile andare in Terra Santa per liberare i luoghi santi, che Betlemme può essere ovunque, anche a Greccio, purché Cristo sia nel cuore. Quello che Francesco fa è riaprire […] il cuore dei fedeli, quell’amore per gli altri che era assolutamente morto. Quindi l’invenzione del presepio mi sembra che sia proprio la risposta di Francesco alle crociate. L’essenziale non è sconfiggere, uccidere, al contrario è far rivivere il linguaggio di Cristo.”.
(Prolusione della prof.ssa Frugoni del gennaio 2002 dal titolo: Chiesa e Islam all’epoca delle crociate. L’incontro di San Francesco d’Assisi con il sultano d’Egitto). V’è però da aggiungere che, pur volendo accettare la presa di posizione di Francesco sul tema, non può essere omesso che tale mutamento, per non dire conversione, avverrà solo tre anni prima della morte restando impregiudicato il suo sentimento sull’argomento nella parte precedente della sua vita.

Fig. 6,
Le due tavole che qui proponiamo illustrano il medesimo episodio così come esso è stato narrato in maniera del tutto diversa nella Prima Vita da Tommaso di Celano e dalla Legenda Major da Bonaventura da Bagnoregio.
Questa immagine raffigura l’Incontro di Francesco con il Sultano, così come rappresentato nella chiesa francescana di Santa Croce, su uno dei quadri delle 28 che compongono la tavola del Maestro del San Francesco Bardi, in cui Francesco parla alla presenza di numerosi sapienti che attorniano attenti il sultano. Nonostante i molti studi prodotti sul tema, in assenza di specifici documenti, i contorni di questa missione francescana, cui partecipò Frate Elia, non ha un’essenza ben definita, non avendo un carattere missionario in quanto nella regola del 1221, non bullata dal papa, Francesco raccomandava di andare a vivere presso i mussulmani senza prefiggersi lo scopo di ottenere particolari conversioni che quindi queste erano solo eventuali. Enigmatici i doni fatti dal sultano a Francesco. Essi consistevano in un saio bianco, due bacchette e un corno d’avorio attualmente depositati nella cappella delle reliquie. Pare che i due oggetti fossero impiegati da Francesco, il corno per chiamare i frati a raccolta e le bacchette per far tacere i disturbatori al momento della predica, come usano fate i muezzin. Questa tavola, veneratissima, appartenente alla prima chiesa fiorentina e non quindi coeva alla basilica attuale che la ospita. 


Fig. 7  
Basilica superiore di Assisi.
Si mostra Francesco che sfida l’emiro a un’ordalia il cui vincitore dovrà abbracciare necessariamente la fede dell’altro.
I saraceni la rifiutano per questo li si vede uscire di scena quasi intimoriti dalla possibilità di doversi sottoporre al confronto igneo. Ciò è l’esatto opposto di quanto scritto nella Regola non bullata del 1221 in cui si parla di “stare con” i musulmani e non di controverterli dottrinalmente. Il dipinto indica, inoltre, una certa “concorrenza” con l’Ordine dei Domenicani che proposero un’ordalia libresca ai Catari e il libro di questi ultimo risultò bruciarsi mantenendosi intonso nel fuoco il solo Vangelo. L’ordalia del fuoco, tra l’altro tipicamente medioorientale si presterebbe a molte considerazioni su cui qui non ci possiamo dilungare che invertono il senso propagandistico del dipinto.





Si confermerebbe con ciò una presa di posizione sulle crociate e sulla loro “utilità”, in perfetta rotta di collisione, con quella proposta dal Cardini. Osserviamo inoltre, del tutto d’accordo con Silvio Marconi, che non si comprende come le imprese dei crociati possano configurarsi ubique quale “pellegrinaggio armato”, visto che spesso alla meta manca la qualificazione stessa di “luogo santo”. La sanguinosissima crociata contro i Catari, ne è l’esempio più evidente, basti ricordare lo spaventoso eccidio di Beziers del 1210, sopranominato dagli storici la Hiroshima d’occidente, dove furono massacrati 20.000 inermi, tra cui solo alcuni “eretici”, per comprendere il livello dell’aggressione mascherato da zelo religioso.
Ciò che rende dubbia l’univoca interpretazione cardiniana è l’inverarsi di molte altre cruentissime avventure cristiane dell’epoca, identicamente benedette e portate avanti con il segno della croce dagli stessi protagonisti del “pellegrinaggio armato”, con pari intransigenza (per non dire sanguinaria ferocia), quando ad esse mancava appunto dell’elemento essenziale sopra richiamato, ossia la liberazione di un luogo santo. Furono queste solo guerre condotte per più generali interessi politici e i cui protagonisti erano assolti in via preventiva da ogni peccato essi avessero commesso in quanto milizie sante cui erano riservate particolari indulgenze (una prassi che fu rinnovata nel Risorgimento per la difesa dello stato vaticano ai tempi dell’unificazione).
L’intervento della Frugoni ci consente un'altra essenziale osservazione che matura una volta che ci si riagganci al tema del pellegrinaggio interiore, proclamato a Greccio, che è l’essenziale derivato del presepio francescano, perché con esso si invita ogni cuore a compiere quella cristificazione che discende dall’asserzione paolina per cui “Cristo vive in me”, indipendentemente dalle condizioni esterne in cui si verifica questa catarsi.
In merito a questa interiorizzazione cardiaca della quintessenza si era espresso un paio di secoli prima Al Hallaj, il mistico sufi profondamente amato dal Massignon, che aveva affermato: “C’è chi gira intorno al suo tempio (alludendo con ciò al cuore n.d.r.) senza farlo con il corpo, perché gira intorno a Dio stesso, che dal rito lo scioglie”. Questa è stata una delle affermazioni apparentemente audaci oltre misura, che gli Abbassidi non potevano tollerare e per questo martirizzarono il suo autore, in quanto ritennero che in tal modo si giustificasse l’omissione di uno dei riti più sacri dell’islam, uno dei suoi stessi pilastri (Hajj). Non fu questa però l’unica causa che portò il mistico al patibolo, ma qui non possiamo indugiare sul tema.
Come si vede in ogni caso sembra sempre sorgere un contrasto tra chiesa esteriore e chiesa interiore, un contrasto che il legalismo risolve sempre d’imperio, tagliando così la possibilità di ogni esperienza pneumatica, così come paradigmaticamente insegnerà, proprio in tempi successivi, il sacrificio sul rogo di Margherita Porete.  
Inoltre è da riflettere sulla posizione stessa del Cardini, citata all’esordio di queste considerazioni, relativo al comportamento dei francescani, suoi successori, quando egli afferma che essi non osteggiarono affatto le crociate, così come quando questi assunsero decise prese di posizione  anti ereticali. Tutto ciò era invece erano assolutamente estraneo a Francesco che più volte, secondo accreditati storici, in primis il Le Goff, subì la “tentazione eretica”, navigando pericolosamente vicino a essa e forse scampò alle conseguenze di alcune sue audaci prese di posizioni, per l’inglobamento precoce che la “piccola chiesa santa”, per dirlo alla Porete, operò sul francescanesimo annichilendone il carattere rivoluzionario.
In effetti, ancora una volta, siamo portati a condividere la conclusione di Silvio Marconi quando afferma:” D’altronde, lo stesso Cardini ricorda che se Francesco non ha mai predicato contro la guerra, la Crociata e i suoi orrori non lo ha fatto mai neppure contro  gli eretici (come invece richiedeva con insistenza la chiesa romana), sebbene poi i suoi confratelli clericalizzati siano stati invece coinvolti nell’azione contro di essi e persino in quella inquisitoriale, ad ulteriore riprova dello stravolgimento effettuato dalla Chiesa di Roma alla fraternitatis francescana(S. Marconi; 2008, 184).
Il Cardini, in effetti, pare esprimere nella sua riflessione un’evidente tautologia sottolineando l’ortodossia dell’ordine alla disciplina papale dopo la scomparsa del fondatore. Eppure gli è ben noto il cambiamento “ideologico” dell’ordine, seguito appena dopo la morte del santo che muta in sincronia con il pedissequo stravolgimento della sua regola (si rifiuta, in maniera inconcepibile, addirittura il suo Testamento che era l’ultimo atto di volontà di un canonizzato!). Tutto lo stravolgimento operato è puntualmente annotato nella basilica superiore di Assisi, un ciclo pittorico che va sempre confrontato con la Tavola Bardi a Santa Croce, dove si racconta, in stridente contrasto con il ciclo di affreschi assisiate, il Francesco della Prima Vita di Tommaso da Celano (che comunque è opera di un confratello non certo pienamente distaccato dagli eventi che narra).
Francesco è stato ben consapevole di queste manovre volte a “detronizzarlo dalla sua Povertà” e, come descritto nella Legenda Perugina, invoca a sua difesa i “gastaldi del Signore” perché agiscano e puniscano chi vuole assorbire il “suo” ordine in un’altra più confacente cornice, avvertendo  perfettamente che la sua creatura è ormai sul ciglio del precipizio e sta per essere risucchiata nell’ordinamento da cui lui, per primo, si era discostato, senza però mai palesemente rinnegarlo divenendo apertamente un eretico.  Sarebbe stato cosi uno fra i tanti dell’epoca, un altro “Valdo” magari,  rischiando così la perdita del suo messaggio. Forse egli si salvò anche perché (o proprio perché) dissimulò abilmente quegli orientamenti interiori che lo contraddistinguevano, secondo un atteggiamento di nascondimento che nel mondo islamico è suggerito a chi entra in una tariqa. Peccato che per i suoi continuatori, gli Spirituali, la sorte non è stata così benevola.

Il sufismo di Francesco, primo cavaliere della Tavola Rotonda
 Da parte nostra riteniamo che la posizione di Francesco e dei primevi confratelli vada comparata, accettando in anticipo un’influenza medioorientale soprattutto sufica su Francesco e poi sul francescanesimo spirituale, avvenuta ben prima dell’incontro con il sultano, dividendo questo atteggiamento in due momenti della storia dell’ordine che, a distanza di pochi anni dalla morte del fondatore, si rivelerà sempre più scollato dalle origini e, appunto, in parte clericalizzato.
Pertanto l’atteggiamento di Francesco in merito alla guerra in generale e alle crociate in particolare è indubbiamente elusivo, stante l’assenza documentale -almeno finora- di una dichiarata posizione su di questi argomenti e per questo riteniamo che l’interprete non possa che rimanere comunque perplesso di fronte al dilemma che quel “secolo” e i suoi protagonisti gli pongono e impossibilitato a prendere posizioni comunque apodittiche.
Difatti se si accetta e si abbraccia l’interpretazione sufica dell’ideale francescano si deve necessariamente accettarne la dimensione cavalleresca, e quindi condividere il tema della guerra santa, interiore ed esteriore, altrimenti il supposto sufismo francescano va respinto in toto perché non si può mutilarlo di una parte pensando che esso possa sopravvivere. Tutto ciò sarà ancora più vero quando il sufismo penetrerà preso le popolazioni turche, tendenzialmente bellicose, dove il carattere guerriero riceverà un’accentuazione ancora maggiore senza stravolgere però la base coranica di questo esoterismo.
Di quanto stiamo dicendo abbiamo, ai tempi nostri, la preziosa testimonianza dal terziario francescano Attilio Mordini, che, partito come volontario nella seconda guerra mondiale, testimonia questa possibilità di coniugazione della via contemplativa con quella attiva. Egli, già molti anni fa, era straordinariamente consapevole del carattere sufico degli insegnamenti francescani e questo scrive in un suo intervento dal significativo titolo “Povertà regale”: “la via per comprendere l’Islam e in particolar modo il mondo arabo,è e resta la via di San Francesco d’Assisi […]. Tornare alla via francescana significa […] accedere al pensiero originale dell’Islam, significa veramente comprendere la grandezza del pensiero e della civiltà musulmana, là dove l’islam è stato veramente grande, vasto e profondo in tutta l’agile tortuosità delle sue speculazioni filosofiche e in tutta la seduzione della sua arte. E la via di San Francesco, oltre il Mediterraneo, coincide con la via del sufismo”.  



Fig.8, 9
Un fotogramma del film Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini dove si nota il gruppo di frati impegnato in una danza circolare collettiva di questa danza si parla anche nell’episodio di frate Masseo contenuto nei Fioretti. In riferimento al titolo annotiamo che anche qui si riscontrano delle affinità tra culture. Il tema del giullare accomuna, per un altro significativo tratto, il novissimus pazzus, auto definizione di se stesso di Francesco, a Rumi, fondatore dell’ordine dei dervisci danzanti, il quale era anche noto per la sua burloneria quasi clownesca. 
Accanto ad essa poniamo l’immagine di una danza sufi in cui i danzatori (donne e uomini) prima della liturgia depongono la veste nera simbolo della prigionia somatica e scoprono la sottostante veste bianca. Durante i molteplici movimento di danza si possono notare le palme delle mani rivolte rispettivamente: la destra in alto a simbolo della coppa del cuore che raccoglie la grazia divina, l’altra in basso a convogliare gli influssi celesti sulla terra. Il copricapo è appunto il contrassegno della tomba somatica che viene abbandonata. Il danzatore si comporta da “uomo universale” secondo la dizione guénoniana facendo da tramite tra “Cielo” e “Terra”. 


Non è d’altronde da dimenticare e lo citiamo di sfuggita, l’investitura ricevuta da René de Chautebriand al Santo Sepolcro, direttamente con la spada di Goffredo da Buglione, o comunque a questi attribuita, che fu imposta dal custode francescano dei luoghi al diplomatico - scrittore episodio che è ricordato nel suo testo Memorie d’oltretomba. Ciò parrebbe dirla lunga, almeno come suggerimento, circa l’antica intersezione tra le due vie, una attiva, anzi pugnace, e l’altra contemplativa.
















Fig. 10, 11
La spada appartenuta secondo la tradizione a Goffredo di Buglione e custodita nella sacrestia dei Francescani all’interno della Basilica del Santo Sepolcro a riprova in qualche modo di una liturgizzazione delle armi anche da parte dei Francescani secondo l’intuizione originaria di H. Corbin. Tutti i cavalieri del Santo Sepolcro nei secoli sono stati investiti con questa spada dai frati custodi che figurano quindi detentori di un potere trasfigurativo sui nuovi cavalieri in quanto in grado di trasmettere un’influenza spirituale.  La concessione alla permanenza in quei luoghi deriva dallo stesso sultano Malik al Kamil, il cui incontro con Francesco è ricordato nella lapide posta al cimitero del Cairo per il grande significato che essa assunse all’epoca
L’emblema dell’Ordine equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro fondato direttamente da Goffredo da Buglione. Cristo guida direttamente i cavalieri cristiani cruci-signati. Significativa l’assimilazione del Verbo divino alla spada.

In conclusione si può affermare che dopo tanti studi e riflessioni il problema della posizione di Francesco, rispetto agli eventi bellici del suo tempo e la fede…non si può concludere nulla di definitivo. Il tema rimane, allo stato, piuttosto controverso e quindi sostanzialmente irrisolto. Appare indubbio che a Francesco non doveva certamente essere estraneo il concetto secondo cui anche attraverso la via delle armi si poteva produrre quell’annientamento di se ai fini del conseguimento di una dimensione spirituale altrimenti inaccessibile, ma su quale piano vivesse tale condizione è di disagevole comprensione.
La sua scelta originaria, come già detto, implicava una traslazione da una cavalleria a un’altra e non è affatto detto che in sede di principio l’obbedienza a questa cavalleria spirituale avesse in orrore l’uso delle armi, Francesco rifiutò il servizio d’armi al signore terreno, ma, almeno in via di principio, non al Signore divino.
Tali prospettive, torniamo a dire, soteriologiche, non potevano essere sconosciuti di certo a Francesco che di tali valori cortesi si era imbibito anche nella sua gioventù “laica” e li aveva condivisi per tutta l’esistenza. Infatti, come sottolinea il Marconi, c’è un dato storiografico che va assolutamente valorizzato e ribadito, Esso ci mostra come i contatti islamico - sufici permearono le scelte di Francesco ben prima di quel fatidico viaggio in Oriente, che si colloca nella fase conclusiva della sua vita e questi tratti vennero in parte esplicitati lungo tutto il percorso di Francesco sul terreno mistico della sua avventura umana (S. Marconi: 2008, 151).
Questo pone il tema fondamentale di una sua adesione almeno astratta a una cavalleria dalla duplice veste cristiana e musulmana come certi baluginii templari d’ordine intersapienziale, propri di quegli anni corruschi, sembrano indicare.          
Molte possono essere quindi le radici della cavalleria cristiana che la legittimano come via iniziatica e quindi non solo religiosa, ma super religiosa, come d’altronde, seguendo un’intuizione dell’Evola sviluppata nel suo libro dedicato al mistero del Graal, altrettanto complesso è definire il ruolo istituzionale di tale cavalleria, stante il carattere iniziatico che la presiede e che sfocia in una soteriologia, per così dire, appunto superreligiosa di cui i Templari ci possono prudentemente suggerire qualche illuminante esempio.
Tale compagine, attraverso l’esercizio delle virtù che la disciplina impone (frugalità castità onore cortesia etc) sovrappassa l’orizzonte religioso e giunge ad una sua specifica gnosi, pervenendo in definitiva sostanza a quell’emblema di integrale trasformazione interiore che è condensato nel “mito” e nel simbolo del Graal che, appunto, in certe correnti di pensiero, appare congiuntamente simbolo condiviso tra cristiani e musulmani con pari dignità.
Si deve a Pierre Pensoye l’aver particolarmente affinato le radici metafisiche del Parsifal di Von Echembach, mostrando la perenne e voluta commistione che l’autore opera tra l’elemento cristiano e quello islamico nel mondo della cavalleria. L’autore del Parsifal, cavaliere egli stesso, si cura particolarmente nel testo di far risaltare il carattere condiviso di tale situazione interreligiosa facendo sì che il principe Gahamuret (padre di Parsifal) benché cristiano al fine di:”compiere il suo voto di cavalleria celeste si pone al servizio della più alta autorità spirituale conosciuta, e questa autorità è islamica”.
Lo stesso re d’altronde (per una sorta di par condicio ante litteram) avrà i suoi figli da una dama dalla pelle chiara e da una dalla pelle scura, entrambi destinati a grandi imprese, precedendo davvero a una sorta di integrazione superreligiosa per via “razziale”.
Così lo studioso Maurizio Macale ricorda come proprio Francesco, nello Speculum perfectionis (IV, 92), considerasse i suoi più stretti compagni della prima ora: “milites tabulae rotundae” ovvero “come i miei cavalieri della Tavola Rotonda” (M. Macale:1996, 26). Questo accompagnarsi con dodici minori, a volte interpretati come i dodici dei racconti graalici, a volte-  intercambiabilmente - come i dodici apostoli, ne contraddistinse costantemente i passi sul sentiero della predicazione ed è una constatazione che per chi scrive assume in profondo significato speculativo.
Francesco attese, prima di procedere al suo primo viaggio a Roma per far approvare da papa Innocenzo III quella che a tutti gli effetti è una “preregula”del 1210, il cosiddetto Propositum, che i suoi seguaci fossero cresciuti a dodici. Ciò del resto avvenne anche per i Cavalieri del Tau che si presentarono per l’approvazione solo dopo aver raggiunto il fatidico numero 12+1. Non sfugga che gli stessi apostoli dovevano essere dodici: alla sua morte Giuda fu prontamente sostituito da Mattia.
Naturalmente non è da pensare che Francesco si presentasse in tal modo per stimolare la futura aneddotica, com’è avvenuto per tanti comportamenti “pazzerelli” a lui attribuiti, piuttosto è da pensare che il riferimento sia preciso e circostanziato e sia legato alla sua concezione del cavaliere spirituale strettamente aderente l’ideale sovra religioso del Graal il cui carattere verrà palesato in maniera più evidente dagli sviluppi del ciclo a opera di Von Echembach, come le sue aperture sufiche, più o meno conosciute e condivise e comunque innegabili, suggeriscono.
Pensiamo che su questo elemento si dovrebbe maggiormente insistere nella ricerca dell’esatta dimensione spirituale del francescanesimo delle origini in rapporto al tema della militia.
L’impegno del morabitum contenuto in una dimensione cortese, la sua accentuazione sufico sci’ita, la sua dimensione esoterico - gnostica, la distanza che questi oppone da tutto ciò che allontana dal servizio del Signore, potrebbe essere il punto di coniugazione tra istanze opposte e all’apparenza contraddittorie, istanze che, nel mondo islamico, trovano un preciso bilanciamento, così come potrebbero trovarlo nella figura e nel disegno originario dell’alter Cristus e i suoi dodici cavalieri – apostoli, che prendono a modello della loro fraternitas non tanto (o non solo) il pattern apostolico quanto, straordinariamente, quello graalico.
Del resto, domandiamoci, a dispetto della mitezza evangelica, gli stessi apostoli non giravano provvisti di sica?
Lo stesso Macale sottolinea come Jacopone da Todi, minore spirituale assolutamente imbibito degli ideali francescani della prima ora, costruisse una delle sue Laudi (Laude 62) “…interamente sulla struttura, sullo schema tipico dell’avventura cavalleresca”. Nel testo del Macale è ben sottolineato che il francescanesimo dovrebbe essere inteso nella sua essenza più pura e originaria alla dimensione del Torneo dello Spirito, e sparsi per i testi consultati nella circostanza, si annotano, altresì, i possibili intrecci tra Francescani e Templari, rilevando come i Cavalieri del Tempio, per vocazione traslati nel primo nucleo di quello che sarà l’Ordine francescano (il primo fu Angelo Tancredi ammiratissimo per la sua “bontà” e “cortesia”), portassero appunto in seno a questa nuova fraternitas le caratteristiche precipue della cortesia che costituisce l’epicentro della cavalleria.
Non vi sarebbe quindi alcuna frattura psicologica fra la vita del secolo e quella del primevo cenacolo francescano, che diventerà poi ordine, piuttosto un naturale passaggio a un superiore livello (a un’ottava superiore direbbe  il Corbin), dove le virtù proprie della compagine d’armi s’incendiavano fino al calor bianco del servizio di Cristo, quel Signore che a Francesco, durante il suo viaggio in Puglia, interrotto a Spoleto per malattia, pose l’alternativa circa l’opportunità di servire il servo (il secolo) o il suo padrone (il Cristo).
Cristo che d’altronde venne più volte immaginato, in una forma specifica d’allegoresi, come un guerriero le cui armi erano le ferite del Golgota.
Tutto questo spiega, o, molto sinteticamente, cerca di spiegare, perché, fin dall’inizio della conversione del giovane mercante-cavaliere, il carattere del linguaggio assunto nella conformazione di quello che sarà l’ordine (all’inizio prospettato come una compagine di uomini pii che ricorda non poco i begardi del nord Europa) corrisponda in pieno a quello della richiamata cortesia feudale.
Il futuro ordine dei Minori si presenta quindi già all’origine come una nova militia che combatte la sua battaglia tutta spirituale contro il mondo e le sue vanità, espressione dello spirito di questo mondo ed è per questo che il suo legame diretto con il Cristo è concepito sul modello della fedeltà dei tempi, mentre il suo ideale parrebbe riflettere un modello superreligioso ispirato alle vicende graaliche del Von Echembach e dei suoi Templeisen custodi del Santo Graal con tutte le conseguenze “sopraecumeniche” che tale adesione può rappresentare (pensiamo al citato ad Attilio Mordini).

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http://www.simmetria.org/articoli2/articoli/56-spiritualita-e-mistica/1018-cavalleria-spirituale-e-cavalleria-terrena-in-san-francesco-d-assisi-di-a-bonifacio


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