HO UN FIGLIO: SONO PENTITA DI NON AVER ABORTITO





La lettera che riporto sotto mi ha sconvolta, ma mi ha fatto anche riflettere. Non sono qui per giudicare, condannare od esaltare nessuno, riporto semplicemente varie sfaccettature della Vita. Alcune ci piacciono, altre meno, e altre ancora ci mettono a disagio ed alla prova. Credo che non si possa entrare nella Vita di nessuno, perchè siamo tutti dotati di intelligenza e del diritto di decidere.
Non condivido l'aborto e, per mia fortuna, non mi è mai nemmeno capitato di averne uno a causa di qualche malformazione. Ritengo che ci siano diverse possibilità, oggi, per non avere figli indesiderati, ad iniziare dal vecchio, ma sempre attuale preservativo e quindi non si dovrebbe mai arrivare al punto di abortire. Se ci si trova in questa situazione la colpa è nostra, non del bambino.
E, comunque, lo si può sempre dare anonimamente in adozione. Però, questo, è solo il mio pensiero. Poi leggo una lettera come questa e qualche, anzi, tante domande me le pongo. Sono benvenuti i commenti, sia da parte delle donne che dal punto di vista maschile. A voi...
Gabry






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L’ho fatto, anche se non lo volevo, anche se per sincerità devo dire che la mia scelta è stata dettata dal timore di un rimpianto, giacché domani, forse, avrei potuto pentirmi e ripensarci. L’ho tenuto, anche se il mio desiderio era di abortire. Perché se, invece, vuoi abortire il mondo intero ti fa sentire in colpa, ti fa pensare che non potrai più vivere bene e che, per l’appunto, ti mancherà qualcosa. Ero confusa. Ero arrabbiata. Indifferente nei confronti di quel figlio che stava arrivando, senza curarmi del suo battito, dei suoi movimenti. Sapevo che era dentro di me e lo vedevo come un inquilino che aveva occupato uno spazio senza il mio permesso. Durante il parto ho sentito il dolore di una scelta subita. Ho dovuto contenermi quando avevo voglia di trattenerlo dentro, ché non riuscivo a rispondere perfettamente alla tizia che mi diceva “spingi… spingi”.
Attorno a me vedevo quelle facce con sorrisi finti stampati sulla faccia. Il medico antiabortista, l’ostetrica antiabortista, l’infermiera antiabortista, e insistevano affinché io lo guardassi, anche se soffrivo di fitte lancinanti e ancora continuavo a sputare sangue e placenta. Placenta e sangue. Guarda come è bello… complimenti vivissimi… che occhi, che manine, è perfetto… ancora complimenti. Si. Complimenti un cazzo. Tutti stanno lì a prenderti per il culo come se quello che loro chiamano “miracolo della nascita” fosse un gioco di prestigio, una esibizione di talento, una prova di abilità. Se hai un utero, una vagina, un ovulo che funziona, alla fine, vuoi o non vuoi, corri il rischio di ritrovarti lì a cosce larghe a ripensare alla tua vita per com’era prima. La libertà di fare, dire, pensare, senza la stanchezza per le notti passate in bianco, per la continua frenesia di dover dimostrare al mondo intero che tu sei perfetta, perfetta, perfetta fino al punto che alla sera, quando sei sola con te stessa, ti guardi in faccia e non ti riconosci più. Così batti la testa al muro, una, due, tre volte, per vedere se si rimettono in moto altri pensieri, se ricordi qualcosa d’altro che non sia come cambiare un pannolino o dare il latte senza bruciargli il palato.
Ti fanno credere che fare un figlio è “la cosa più bella del mondo”, che senza figli non sei nessuno, che se abortisci ti pentirai, e può essere che per qualcuno sia così. Per me invece no. E’ difficile, cazzo. Com’è difficile rinunciare a tutto e sentirti dire che solo perché rimpiangi la tua vecchia vita sei un’egoista. Ti fanno sentire una grande merda perché vorresti essere altrove. Tu, madre snaturata, non meriti neppure di chiamarti “donna”, perché per qualcuna essere donna è sinonimo di essere madre. Invece non è così, mi sentite? non è affatto così.
Non lo volevo questo figlio. L’ho allattato odiando ogni momento in cui succhiava forte quel capezzolo. Tutto mi faceva male. Tutto mi diceva che non ce l’avrei fatta a superare i primi mesi. L’ho fatto, me ne sono assunta la responsabilità, guardo mio figlio crescere, ma non passa giorno in cui io non mi penta di averlo fatto nascere, perché anche questo va detto. Ti proibiscono di pensare che la tua vita altrove avrebbe potuto essere diversa. Io volevo viaggiare, fare sesso, studiare ancora, abitare il mondo senza nessuno lì a dipendere con me. Risuona nella mia testa la voce di chi dice “dovevi pensarci prima”, ma non l’ho cercato, e anche se avessi sbagliato, per disattenzione o chissà cosa, io non lo volevo.
A dirlo mi sento quasi un  mostro. Non trovo molte donne con le quali io possa tirare fuori questa mia verità. Vivo provando sensi di colpa per tutte le volte che non riesco a fargli un sorriso, a farlo addormentare dopo avergli raccontato una storia, giusto io che aspetto che lui si addormenti per passare notti insonni in cui posso anche solo per un attimo, finalmente, considerarmi libera da pianti, richieste, aspettative, ricatti affettivi.
Sono stremata, perché tutti si aspettano che sia tu a dover fare quello che ogni madre ha l’obbligo di fare, e non si pensa che qualche volta può succedere che serve un padre più presente o se lui non può perché lavora tanto allora serve qualcuno che aiuti queste madri che recitano ogni giorno per far credere di essere santissimi uteri dediti all’amore per la prole.
Se non ci fosse chi ogni giorno dice che l’aborto è merda e che bisogna dare la vita, la vita, la vita, la vita, mille volte a regalare vita a chi poi te la toglie, quando avresti solo bisogno di prendere fiato e volare lontano da tutto e tutti. Se non fosse che le nostre madri, e le madri delle nostre madri e quelle prima ancora, non hanno fatto altro che trascinarsi tutta la vita in una scelta che neppure era veramente tale, pensando ai figli come ad un destino ineluttabile per ogni donna. Non fosse che in tante hanno difficoltà a dire con chiarezza che sono pentite di avere un figlio, che non riescono a elaborare e guarire questa ferita che crea così tante contraddizioni. Non fosse che bisogna sempre mettere sulla bilancia la propria vita e quella di tuo figlio, per recitare una retorica che dice “prima lui” anche se non vuoi questo, anche se vorresti dire “prima io… ve ne prego… almeno una volta, prima io”.
Gli voglio bene, lo guardo in faccia e mi sento di merda. Mi sento sconfitta, senza prospettive, ho bisogno di respirare, o forse anche solo di sfogarmi senza censure e nessuno che mi giudichi. Chissà quante donne sono nelle mie stesse condizioni, e non lo dicono a nessuno. Chissà se reggeranno, e per quanto. Chissà.
Ps: questa è la storia ispirata a quello che mi è stato raccontato. In basso un brano tratto dalla mail della donna che mi ha scritto per raccontarsi. 
“…ne ho piene le palle di sentire discorsi pieni di belle parole sull’aborto…su quanto sia riprovevole e su quanto siano sante quelle madri che decidono di tenere i loro bambini…si dimentica, troppo spesso, per cecità, per mancanza di coraggio, che a pentirsi delle loro scelte non sono solo le madri che hanno abortito e poi si trascinano per una vita intera la loro scelta, ma esistono anche quelle che si pentono di aver tenuto i loro bambini e che vivono quotidianamente lacerate nel loro intimo perché guardano un figlio che non volevano e, sebbene l’abbiano tenuto, ancora ora non lo vogliono, nonostante sia lì di fronte a loro in carne ed ossa…” 
FONTE


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Alessandra Garavello

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